Ladri Di VHS

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lunedì 6 aprile 2015

BLACKHAT


Regia: Michael Mann
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 133'
Attori protagonisti: Chris Hemsworth, Tang Wei

Il buon Michael Mann è tornato ed è riuscito a mettermi nella spiacevole condizione di non sapere bene come trattare il suo ultimo film. In patria è stato massacrato e per ora il punto di pareggio per i 70 milioni di dollari di budget sembra essere irraggiungibile, è anche vero però che la critica non fu tanto gentile neanche con Public Enemies, che dopo un inizio indeciso fece il botto. Ho come il sentore però che il miracolo questa volta non si verificherà.



Blackhat è un action-cyber-thriller molto verosimile sotto certi punti di vista e totalmente inconsistente sotto altri aspetti che ruota intorno a un complotto internazionale da parte di un hacker, contro il quale interverrà l’NSA insieme al governo cinese con qualche comparsata da parte dell’MI6. È in questo contesto che scende in campo Nicholas Hathaway, Thor per intenderci, un hacker finito al gabbio per un impiego non esattamente etico delle sue capacità informatiche. La proposta è semplice: tu ci aiuti a beccare il tizio che sta facendo questo casino e noi ti facciamo uscire.



Diciamo quindi che la storia si presta a essere piuttosto banalotta e a ricordare anche troppo malamente certi film d’azione degli anni ’80 o ’90 col protagonista ipercazzuto, fortissimo, intelligentissimo e che rimorchia pure con una discreta nonchalance, cosa che cozza abbastanza pesantemente con la figura dell’hacker. D’accordo, non sono i brufoli o gli occhiali a farti creare una backdoor ma lasciate che io sia scettico nel vedere un hacker alto, biondo, con gli occhi azzurri, col pettorale da 120 kg di panca piana.



Dal punto di vista tecnico c’è veramente poco da criticare, com’è anche normale aspettarsi. Mann sa dirigere, il film è montato bene e la fotografia è sicuramente il punto forte. La sceneggiatura però risulta un po’ debole e soprattutto la storia sa di “già visto”. Un aspetto sicuramente positivo è però l’attenzione ai tecnicismi. Scordatevi hacker che comandano il tostapane col cellulare o che necessitano di “più potenza” per trovare una breccia in un sistema particolarmente protetto. Questo film fortunatamente prende le distanze in maniera netta da film come Hackers (da vedere solo per la Jolie) dove sembra che un’intrusione di sistema sia un livello di Pacman. Da un punto di vista pratico tutto ciò che viene mostrato è realmente possibile. È lodevole inoltre che pur senza avere grande dimestichezza con l’argomento credo si riesca a seguire tutto abbastanza facilmente.



In conclusione, Blackhat non è assolutamente da buttare ma lascia quel brutto retrogusto di occasione sprecata. Mann è riuscito a fare un film molto attuale nelle tematiche, senza prendersi neanche tante licenze cinematografiche su aspetti estremamente tecnici e non esattamente semplici da trattare. Purtroppo però il risultato è un film d’azione come tanti altri in cui il protagonista sa programmare, maneggiare armi da fuoco, fare a botte e mille altre cose che lo porteranno sempre e comunque a salvare il mondo dal cattivo di turno.




Ingmar Bèrghem

martedì 31 marzo 2015

FOXCATCHER


Regia: Bennett Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 134'
Attori protagonisti: Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo

Uscito questo mese nelle sale italiane con grande ritardo, Foxcatcher è uno dei migliori film del 2014, vincitore del premio alla regia nell’ultima edizione del Festival di Cannes ma snobbato pesantemente agli ultimi Oscar, quando probabilmente avrebbe meritato più di una statuetta. Il film narra le vicende realmente avvenute che hanno coinvolto due fratelli campioni olimpici, Mark e Dave Schultz, e John E. du Pont, con un epilogo che non sto qui a svelarvi. In primis bisogna dire che Bennett Miller è in assoluto uno dei registi americani con più talento in circolazione, un talento già espresso nei suoi due film precedenti, ovvero “Capote” e “Moneyball”. In questa sua ultima fatica riesce a sublimare il suo stile e a renderci partecipe di una vicenda solo apparentemente distaccata da noi, grazie anche a un uso più che mai funzionale di campi lunghi a dir poco glaciali, oppure optando per immagini e movimenti di macchina che rendono i soggetti inquadrati sfuggenti.


La tensione che si percepisce in questa pellicola è tale che si ha l’impressione che un niente possa far precipitare la situazione. Un film di certo fastidioso, perché qui il tanto declamato sogno americano ha la parvenza di un vero e proprio incubo, di un morbo che si impossessa dei protagonisti senza più lasciarli e spremendoli fino all’ultima goccia di sudore o fino all’ultima parvenza di razionalità. Le prove dei tre attori sono spettacolari; Channing Tatum esprime al meglio, tramite la sua fisicità soprattutto, la foga agonistica nel cercare di riuscire in competizioni sportive, la voglia di sacrificarsi ma anche la ricerca di una figura di riferimento che possa guidarlo. Mark Ruffalo si riconferma tra gli attori più sottovalutati della sua generazione, interpretando un fratello troppo vicino ma anche troppo distante, facendo da ago della bilancia a una situazione, per l’appunto, sempre precaria. Ma da elogiare ovviamente è anche la prova di Steve Carell, che grazie anche a un trucco impeccabile, compie la metamorfosi nei panni di John E. du Pont, un personaggio che si insinua misteriosamente nelle vite dei due fratelli, alla ricerca in questo caso di una figura da ammaestrare e da formare a proprio piacimento. Miller si concentra sul rapporto tra questi tre personaggi in maniera impeccabile, mostrando fatica, sudore, cadute, infamie e una certa dose di morbosità repressa, ma anche la volontà di distaccarsi in maniera definitiva da un passato troppo invadente. Du Pont, nel quadro generale, rappresenta più di tutti la crisi dei valori americani dell’epoca, contraddistinta da una facciata rassicurante, pulita, ottimista ma che solo a confronto con altre realtà umane in difficoltà mostra il suo vero volto. E l’unico modo per tentare di attuare una sorta di catarsi è lottare, gli unici luoghi sacri sono la palestra e il ring. Si sfocia in scene in cui andare al tappeto ed essere sconfitti è il solo modo per tentare di reagire a una vita che sfugge sempre di più fra le mani, e non è un caso che Jake La Motta, ad esempio, si facesse picchiare brutalmente in alcuni incontri per la scarsa considerazione che aveva di sé.


È un’America nera e che fa fatica a riconoscersi quella che mette in scena Miller, senza troppi giri di parole, ma più che altro facendo parlare le immagini, gli sguardi, il tutto amalgamato con musiche ad hoc e una fotografia impeccabile, all’interno di una cornice desolata e desolante. Un’America che perde le coordinate e non riesce più a dare priorità alle cose importanti; la famiglia e gli affetti sono subordinati alla voglia di imporsi sportivamente, ed è qui invece che il personaggio interpretato da Ruffalo pare rappresentare un punto di rottura decisivo. Le scene di lotta sono girate con maestria assoluta, così come una delle scene clou in cui c’è semplicemente Channing Tatum che pedala al massimo su una cyclette, per poi arrivare alla parte finale dove le parole si fanno rarefatte perché nulla può essere più pensato. Si esce dalla visione di questo film con un senso di vuoto incredibile, spaesati e senza sapere dove andare a sbattere la testa, sia per la bellezza propria della pellicola che per l’epilogo della storia. Rimane solo il silenzio, nostro e dei protagonisti, a colmare uno dei film più disturbanti e in qualche modo fastidiosi della scorsa stagione cinematografica, e senza dubbio la pellicola migliore che Miller abbia fatto fino ad ora, sperando che possa continuare in questo percorso che, a questo punto, potrebbe regalare ancora molte soddisfazioni.


Martin Scortese


sabato 28 marzo 2015

THE LOFT


Regia: Erik Van Looy
Origine: USA/Belgium
Anno: 2015
Durata: 108'
Attori principali: Karl Urban, James Marsden, Wentworth Miller, Eric Stonestreet, Matthias Schoenaerts, Rachael Taylor, Isabel Lucas

In genere, quando a tarda notte ho voglia di vedere un film, prima di premere “PLAY” ho l’abitudine di cercare il titolo su Google e farmi un’idea sulla base del numero di stellette dei principali aggregatori di recensioni per sapere se è il caso di perdere quelle due ore o se forse sarebbe meglio recuperare un classico che mi manca. Per fortuna quando ieri ho visto The Loft ho dimenticato di farlo. Tra l’altro ho appena scoperto che è un remake di un film del 2008 diretto sempre dallo stesso regista.



La premessa è piuttosto semplice e viene svelata nei primi cinque minuti di film, quindi non vi rovino nulla: cinque amici, liberi professionisti infarciti di soldi, decidono di condividere un loft e utilizzarlo come porto franco per i loro tradimenti. Quando uno lo vuole occupare per trapanare l’amante deve avvertire gli altri così da evitare che tutti si presentino con le rispettive amichette la stessa notte. Insomma, un piccolo club del fedifrago con tanto di regole di sicurezza. Il casino scoppia quando una mattina trovano una figona bionda dissanguata e ammanettata al letto. “Le chiavi le abbiamo solo noi, l’allarme è stato disinserito dall’interno... Quindi è stato uno di noi!”, buon divertimento.



Se questo film fosse uscito tra gli anni ’80 e ‘90 oggi ce lo ricorderemmo insieme ai vari 9½ Weeks, Basic Instinct, Fatal Attraction e compagnia bella. Invece è uscito nel 2015, il thriller erotico è stato ipersdoganato oltre ogni limite e quella merda schifosa di 50 Shades Of Grey riesce a beccarsi 46/100 su Metacritic mentre il povero The Loft un misero 24/100.



Chiariamoci, il film è guardabile e nulla di più. Riesce a intrattenere per un’oretta e mezza abbastanza facilmente anche perché ogni mezz’ora c’è un plot twist che ti fa riconsiderare tutto ciò che hai visto. Questa cosa, che per certi versi potrebbe anche essere il punto di forza del film, a un certo punto diventa anche un po’ fastidiosa, tanto che ti ritrovi col cronometro a dire “29.58... 29.59... 30! PLOT TWIST!”.

I protagonisti mentre aspettano un plot twist
I personaggi sono un po’ delineati con l’accetta senza essere però particolarmente stereotipati e le interpretazioni sono piuttosto buone. La componente erotica è molto poco presente e questo può essere un po’ un problema per qualcosa che viene venduto come thriller erotico. Tolto infatti un unico nudo di spalle della bella Isabel Lucas, l’unico motivo per cui il film potrebbe essere Rated PG-13 è una scena col trittico “coltello-polso-sangue”.


In sostanza, un film buono e nulla di più, a mio avviso però eccessivamente criticato. Magari da quelle stesse persone che poi sono riuscite a giustificare schifezze ben peggiori solo per fare la marchetta o per adeguarsi alle aspettative di un pubblico di cinquantenni insoddisfatte che fingono di scandalizzarsi per qualsiasi cosa e poi pregano affinché il loro povero marito, un triste e grigio impiegato di provincia, si trasformi in Christian Grey. Quindi fai come Ladri Di VHS: fotti il sistema, fotti la critica e guarda The Loft.





Ingmar Bèrghem

lunedì 9 febbraio 2015

ITALIANO MEDIO


Regia: Maccio Capatonda
Origine: Italia
Anno: 2015
Durata: 100'
Attori protagonisti: Maccio Capatonda, Herbert Ballerina, Lavinia Longhi, Barbara Tabita

Tocca dire onestamente che da All Music Show a Italiano Medio la missione di Marcello Macchia è rimasta invariata. Macchia deve sempre e solo sottolineare quanto la tv dei nostri tempi (sono passati dieci anni, e la tv è in effetti sempre uguale) sia solo una scatola vuota. La tv è solo ed esclusivamente forma. Così importante da diventare il contenuto delle proprie gag. Questa intuizione permette di vivere a lungo in tv, sopratutto da quando personaggi come lui vanno scomparendo. Quello che c'è di nuovo però è che Macchia non si limita a stare davanti la telecamera ma scrive, dirige, monta e interpreta la parodia di interi format. Macchia non è un genio, ma è sicuramente l'unica voce capace di creare un buco nero in cui infilare inossidabili luoghi comuni della tv. É innegabile che si fa più caso a Medicina 33 o ai Tg dopo aver visto Mario. O ai trailer dopo aver visto i suoi. E ci si rende conto di quanto la forma si sia impossessata di loro fino a rendere certi programmi privi di finalità se non quella dell'essere sbeffeggiati.


Se ci si aspetta qualcosa di più però, magari una critica profonda della società italiana o semplicemente un capolavoro di sceneggiatura, si sbaglia in partenza. Se credevate d'aver visto nei suoi trailer la punta dell'iceberg della sua genialità, questo film non potrà che deludervi. Italiano medio non è un'accozzaglia di sketch come certa critica vuole farci credere ma è anche vero che questo thriller ambientalista non brilla certo per coerenza. Qualche buco, qualche soluzione un po' frettolosa e qualche parentesi priva di peso negli equilibri della sceneggiatura, scene create giusto per non lasciare fuori personaggi manco fosse obbligatorio inserirli tutti. Non era di certo obbligatorio poi ripetere all'infinito alcuni dei suoi famosi tormentoni, e riproporre il linguaggio Capatonda in tutte le sue parti. Giochi di parole compresi. Ma era abbastanza ovvio data la natura essenzialmente commerciale dell'opera e la velocità con la quale è stata realizzata.


In quest'ottica Italiano medio è esattamente il film che Marcello Macchia avrebbe dovuto fare. Anzi, ha più che adempiuto ai propri obblighi. Nonostante possa essere considerato uno spin off del Maccio televisivo, Italiano medio non è affatto un'operazione di traslazione fine a sè stessa. È un film che di televisivo ha pochissimo. L'esordio va apprezzato per le tante trovate stilistiche tutt'altro che ingenue e per una voglia genuina nel raccontare la vicenda. L'universo Capatonda vive in una Milano asettica (tutt'altro che sporca quindi) riconoscibile per i suoi palazzoni grigi ma che sembra quasi evacuata. Gli unici rimasti sono i modelli di una società fatta di idioti. Le scenografie sono miratissime. Giulio ambientalista vive in una casa ammobiliata con bancali, casse della frutta di legno, e porte per fare i tavoli. Giulio “2% del cervello”  ha come interior design Genni Savastano. La fotografia cambia di continuo ricreando immaginari completamente diversi, stessa cosa la regia che a volte imita un tamarrissimo  videoclip a volte il cinema di Anderson. Macchia inserisce poi la parodia di un format così azzeccata da sfiorare il mockumentary. È terrorizzante. 


In Italiano medio, al netto dalla ricerca della risata e del fatto che anche Maccio oramai viva di propri luoghi comuni, si prova a mettere in discussione le nostre moderne convinzioni e credenze, e per quanto questo sia un difficile obbiettivo tocca ammettere che almeno qua ci si prova in modo sincero e forse per questo a volte ci si riesce. Nel film l'italiano medio non si vede mai. I due Giulio conducono una vita ridicola ma mai media. La mediazione è la soluzione finale, dare una veste cool alla tragedia. Giulio e l'Italia hanno imparato che la verità sta nel mezzo. Ma tra il compromesso e l'ipocrisia il passo è breve.


Isaia Panduri

mercoledì 21 gennaio 2015

AMERICAN SNIPER


Regia: Clint Eastwood
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 132'
Attori protagonisti: Bradley Cooper, Sienna Miller

La pellicola è divisa in scaglioni: alcuni pro-arruolamento e altri pure. Solo che a un certo punto ci viene suggerito che, in caso tu tornassi a casa più scemo di quando eri partito c'è sempre la riabilitazione. Che consiste nell'alleviare la crisi d'astinenza da morte degli altri reduci. Sparando. All'inizio vediamo quindi sto parallelepipedo folgorato dallo spirito patriottico nel bel mezzo dei migliori anni della sua inutile vita. La preparazione coi SEAL che è da sbellicarsi dal ridere ( un ragazzino qualsiasi di una periferia qualsiasi a 'sti quattro rincoglioniti farebbe il culo, diciamolo). Poi la N O I O S I S S I MA guerra in cui non si capisce cosa fanno, perché lo fanno, come fanno a fare le cose che fanno e perché scoprono che “Oh, è arrivato il momento di fare sta cosa qua”. Le scene in cui Kyle spara sarebbero salvabili (anche se dai minuti iniziali ci si aspetterebbe molto di più)  ma per quale cazzo di motivo il colpo da maestro, quello su cui verte la vicenda (non si capisce perché ma mi fido) viene girato in un ralenti goffo, con un immotivato Bullet Time? Che però si limita a tracciare i primi due dei duemila metri del colpo. Proprio così, tanto per metterlo.


Parliamo del matrimonio. Un approccio al bar che manco OC e poi subito un immediato e immotivato amore. Per quanto lui non sia il solito Seal lei sa benissimo a cosa va incontro. Nonostante ciò “Ti tocco, ti vedo ma non sei qua con noi” è l'unica frase che gli sceneggiatori hanno messo in bocca alla moglie. Moglie dipinta come un'egoista, stupida, frustrata merda schifosa. Ci fosse una volta in cui si preoccupi per la salute mentale del marito!


E quando poverino inizia a sentire la mancanza della guerra? Ecco a voi un pathos e uno studio della psicologia umana degno di "Squadra speciale cobra 11" e "Il Commissario Rex". Questa fase è peggio della più brutta pubblicità progresso del governo. Non so come si potrebbe descrivere meglio (la scena del televisore spento! IHIHIHIHIH). Si potrebbe parlare poi dei bambolotti che le madri cullano, del fatto che la Miller riesca ad allattare unplugged, della CG di disarmante dozzinalità e del ripugnante finale, ma meglio non entrare nei particolari.


Ok, si capisce che da qualche parte ci sta la “critica alla guerra” ma la tesi che questo sia un film “contro la guerra” non può che essere sostenuta in modo maldestro. Due ore di prepotente cattivo gusto per arrivare al finale con (se tutto va bene) una sterile lacrimuccia. Una storia (quella dei traumi post-guerra di un uomo che ha ucciso duecentocinquanta persone) che dovrebbe far riflettere. Cattivo gusto perché s'è deciso invece che Kyle deve farci pena per forza. Ogni battuta sembra la prima cosa che a ogni essere privo di interesse verso i fatti della vita possa venire in mente. E Clint Eastwood  mentre il film veniva girato era da qualche altra parte. Ma questo è fin troppo ovvio.


Isaia Panduri

domenica 28 dicembre 2014

MOMMY


Regia: Xavier Dolan
Origine: Canada
Anno: 2014
Durata: 134'
Attori protagonisti: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément

Dopo cult-movie come J'ai tué ma mère e Tom à la ferme è finalmente arrivata in Italia la quinta fatica di Xavier Dolan alla regia. Accolto trionfalmente a Cannes dove ha vinto il premo della giuria, la pellicola racconta la storia di una madre single che si trova ad affrontare da sola la crescita del figlio quindicenne assai problematico. In suo soccorso arriverà una vicina che rivoluzionerà le loro vite portando una serenità effimera.



Dopo aver affrontato l'argomento madre-figlio nel suo sorprendente film d'esordio, J'ai tué ma mère, il regista canadese ci riprova con questa sua nuova opera. È un film che riprende temi già affrontati dallo stesso regista ma lo fa in maniera nuova e da altre prospettive, aggiungendo nuove esperienze. Non è più solo rapporto a due tra genitore e figlio. Si aggiunge una terza figura che dà ancora più spessore al racconto risultando alla fine la personalità più interessante. Siamo di fronte a scelte coraggiose anche dal punto di vista puramente cinematografico già dalla scelta del formato, non il solito 16:9 ma un'inquadratura quasi 1:1 che permette di vedere quasi sempre massimo un protagonista alla volta come a rappresentare la mancanza di visuale sul futuro dei tre e dando un senso di chiuso allo spettatore. Solo nelle uniche due scene di serenità tutti i protagonisti sono ripresi insieme. Il solo momento in cui sembra esserci un avvenire non scritto lo schermo diventa a grandezza standard. Ben presto, causa ritorno all'isolamento interiore di ognuno, si ritorna alla visione claustrofobica 1:1.



In questo film ci sono tutti i sentimenti che la vita racchiude. Si ride, si piange, si pensa, ci si incazza. La forza assoluta di Dolan è quella di non limitarsi a raccontare una storia ma quella di far entrare l'obbiettivo dentro l'animo delle persone che racconta. È un viaggio al loro interno ma anche nel nostro. Ottima prova di tutto il cast, a partire dal giovane Pilon, perfetto nei sui scatti d'ira, per arrivare alla balbuziente Dorval, di sicuro la miglior interpretazione, passando per la Clément. Si ha come l'impressione che il regista abbia modellato a proprio piacimento gli attori come farebbe un artista con la creta. Quello che più impressiona è come a soli 25 anni abbia ormai acquisito tutti i mezzi tecnici per entrare così in profondità nell'animo umano. La sua forza è quella di non accontentarsi del convenzionale ma neanche di cercare qualcosa di stupefacente a tutti i costi, di rendere il tecnicismo funzionale alla storia e non fine a sé stesso. Se tre indizi fanno una prova qua siamo già al quinto. Ci troviamo al cospetto di un grande autore e regista. Di certo questo film è entrato di diritto nella personale top 5 del 2014.




Al Barbone

martedì 23 dicembre 2014

FURY


Regia: David Ayer
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 134'
Attori protagonisti: Brad Pitt, Shia LaBeouf

Nuova fatica per il regista americano Ayer che si cimenta con una dei temi preferiti della produzione hollywoodiana, il film di guerra. Siamo alle battute finali della Seconda Guerra mondiale con l'esercito tedesco pronto a resistere fino all'ultimo e gli alleati ormai prossimi alla vittoria. Malgrado questo la storia ha bisogno di eroi, in questo caso Brad Pitt, al comando del carro armato Fury e il suo equipaggio composto da altri quatto uomini.


Ci troviamo di fronte a una pellicola che ha intenti chiari: mostrarci l'orrore della guerra, il cameratismo tra l'equipaggio e il coraggio degli americani che hanno salvato il mondo. Peccato che il tutto sia fatto in maniera retorica e senza creare la minima empatia tra lo spettatore e i protagonisti. Per rappresentare il brutto della guerra non basta far schiacciare cadaveri dal carro armato o rendere verosimili le uccisioni. I personaggi non sono per nulla caratterizzati e tutto è lasciato in superficie. Non ci si spiega perché avere un bravo attore come Pitt, imbruttito ad arte nel fisico, e poi fargli fare la stessa espressione per tutto il film. Anche i rapporti tra i vari componenti dell'equipaggio sono stereotipati con la recluta che viene presa di mira all'inizio e poi adottata.


Dispiace per la resa finale perché alcuni spunti che facevano ben sperare c'erano. Il considerare il carrarmato come casa e il ripetersi come un mantra da parte dei protagonisti che la guerra è il miglior lavoro. Da questo film non si pretendeva di rivoluzionare il genere ma almeno di rispettarne i canoni. Siamo ben lontani dai capolavori che hanno fatto delle pellicole di guerra spesso dei cult movie. A dire il vero qua siamo lontani anche dalla sufficienza.




Al Barbone

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