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venerdì 17 ottobre 2014

HORNS


Regia: Alexandre Aja
Origine: USA, Canada
Anno: 2013
Durata: 123’
Attori protagonisti: Daniel Radcliffe, Juno Temple

Qualche tempo fa mi sono ritrovato a vedere il trailer di questo film, presentato a Toronto l’anno scorso ma di prossima uscita nelle sale di tutto il mondo. Se esistesse un genere apposito per quei film mediocri in grado di creare enormi aspettative se condensati in due minuti e mezzo, probabilmente Horns sarebbe in una dignitosissima (?) Top100 di tutti i tempi.



L’autore della storia è Joe Hill, nome d’arte di Joseph Hilltrom King, figlio di un certo Stephen che ha causato microinfarti a intere generazioni con IT e altre simpatiche storielle per bambini. Hill abbandona il nome del padre per evitare di passare per “il figlio di” e fa bene, scrive buoni romanzi e realizza fumetti di spessore come Locke & Key. Purtroppo però, il suo Horns è finito nelle mani di Alexandre Aja.


La storia è abbastanza semplice e viene svelata nei primissimi minuti: lui ama lei, lei ama lui, qualcuno ammazza lei, il mondo incolpa lui. E fino a qui tutto bene. Al povero Ignatius Perrish, interpretato da Daniel Radcliffe, non resterà che cercare il vero assassino. È a questo punto che Joe Hill si ricorda di essere figlio di Stephen King e lancia la bomba. Ig Perrish si sveglia con delle corna da diavolo che gli danno l’abilità di far mostrare le persone che lo circondano per ciò che sono veramente, facendo emergere tutto il male che può celarsi dietro gli abitanti di un paesino sperduto tra le montagne. No, non è Twin Peaks anche se l’ambientazione è simile. Interagendo quindi a giro con tutti i personaggi che lo circondano arriverà alla verità.


D’accordo, potrebbe sembrare figo, allora dov’è la fregatura? Il problema di questo film è la sua incapacità di scegliere cosa essere. Parte come fiaba per adulti per diventare un thriller psicologico, si trasforma in un film dell’assurdo tendente al grottesco e termina con scene splatter da b-movie anni ’70. Il risultato è un minestrone di generi che fa perdere incisività al film, soprattutto nella sua seconda metà con tanto di cazzatona finale condita da tonnellate di computer grafica.


Una buona idea realizzata male. Probabilmente per mancanza di coraggio da parte di Aja che, nel tentativo di fare un film adatto a un range più ampio di persone, realizza un film inconsistente che sembra quasi cambiare regista e sceneggiatore ogni venti minuti solo per coprire più generi possibile. Si salva Radcliffe, anche se si limita al suo senza riuscire a toccare i picchi di emotività raggiunti in Kill You Darlings, buona la prova di Juno Temple, divertenti alcune gag presenti nella “parte grottesca” del film. Per il resto, film evitabile.





Ingmar Bèrghem

sabato 15 febbraio 2014

THE LOVED ONES


Regia: Sean Byrne
Origine:  Australia
Anno: 2009
Durata: 84'
Attori Principali: Xavier Samuel, Robin McLeavy

Provate a immaginare la sensazione che si può provare avendo la possibilità di salire sul ring contro Mohammed Alì per poi chiamare sua madre “troia negra” e finire per avere salva la vita grazie all’arbitro. Ecco, esiste un certo genere di film in grado di far provare quella sensazione di malessere fisico misto a vergogna con un pizzico di soddisfazione. Sono quelli che io definisco splatter 2.0, ovvero quei film in cui non ci si limita a mostrare le più oscene torture fisiche ma subentra anche il fattore “ti faccio tremare di rabbia durante il film perché sei stronzo e ti sei immedesimato nel protagonista, cazzi tua”.


The Loved Ones è un film australiano del 2009 diretto da Sean Byrne. Vedendo anche solo metà del trailer avrete subito chiarissima la trama: lei invita lui al ballo della scuola ma lui rifiuta quindi lei fa rapire lui per torturarlo. Finito il trailer mi aspettavo una minchiata. Ho riso con Hostel, non mi sono scomposto per Non Violentate Jennifer, ho continuato a mangiare i miei trecento grammi di carbonara con Avere Vent’Anni, “Hey, cosa potrà farmi una psicopatica che vuole andare a un cazzo di ballo?”. E fu così che rimasi sorpreso.


Questo genere di film ha spesso la stessa impostazione: trama inutile ma soprattutto attori molto approssimativi. Stai facendo un film sul dolore fisico, mi va bene che te ne sbatti della trama ma il dolore devi farmelo avvertire, chiama quattro attori capaci. Ecco, qui gli attori sono maledettamente capaci e i personaggi non sono piovuti dal cielo. Ho avuto il tempo di pensare “Senti regista, vedi di rendere più morbosa, al limite dell’incestuoso, la relazione tra la tizia pazza e il padre” taaaac. Puntuale, preciso, perfetto. Il regista a un certo punto si permette pure uno scherzetto in montaggio facendo credere una cosa per un’altra, simpatico.


Xavier Samuel sa fare percepire il dolore fisico, la paura e la sensazione di merda che prova un topo in trappola (deve essere ciò che ha provato recitando poi nella saga di Twilight). Robin McLeavy mi ha fatto odiare chiunque avesse le tette per l’intera durata del film (“Vi odio tutte, TUTTE!”). John Brumpton deve essere un maniaco perché la parte del padre che si farebbe la figlia gli è venuta una meraviglia. Nota di merito per Jessica McNamee che fa una parte inutile ma è bona da morire.


Questo è il genere di film che in Italia non fanno arrivare e che mi tocca vedere sottotitolato. Guardatelo, magari in compagnia della vostra ragazza. Magari il prossimo San Valentino.




Alessilas


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