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sabato 28 marzo 2015

THE LOFT


Regia: Erik Van Looy
Origine: USA/Belgium
Anno: 2015
Durata: 108'
Attori principali: Karl Urban, James Marsden, Wentworth Miller, Eric Stonestreet, Matthias Schoenaerts, Rachael Taylor, Isabel Lucas

In genere, quando a tarda notte ho voglia di vedere un film, prima di premere “PLAY” ho l’abitudine di cercare il titolo su Google e farmi un’idea sulla base del numero di stellette dei principali aggregatori di recensioni per sapere se è il caso di perdere quelle due ore o se forse sarebbe meglio recuperare un classico che mi manca. Per fortuna quando ieri ho visto The Loft ho dimenticato di farlo. Tra l’altro ho appena scoperto che è un remake di un film del 2008 diretto sempre dallo stesso regista.



La premessa è piuttosto semplice e viene svelata nei primi cinque minuti di film, quindi non vi rovino nulla: cinque amici, liberi professionisti infarciti di soldi, decidono di condividere un loft e utilizzarlo come porto franco per i loro tradimenti. Quando uno lo vuole occupare per trapanare l’amante deve avvertire gli altri così da evitare che tutti si presentino con le rispettive amichette la stessa notte. Insomma, un piccolo club del fedifrago con tanto di regole di sicurezza. Il casino scoppia quando una mattina trovano una figona bionda dissanguata e ammanettata al letto. “Le chiavi le abbiamo solo noi, l’allarme è stato disinserito dall’interno... Quindi è stato uno di noi!”, buon divertimento.



Se questo film fosse uscito tra gli anni ’80 e ‘90 oggi ce lo ricorderemmo insieme ai vari 9½ Weeks, Basic Instinct, Fatal Attraction e compagnia bella. Invece è uscito nel 2015, il thriller erotico è stato ipersdoganato oltre ogni limite e quella merda schifosa di 50 Shades Of Grey riesce a beccarsi 46/100 su Metacritic mentre il povero The Loft un misero 24/100.



Chiariamoci, il film è guardabile e nulla di più. Riesce a intrattenere per un’oretta e mezza abbastanza facilmente anche perché ogni mezz’ora c’è un plot twist che ti fa riconsiderare tutto ciò che hai visto. Questa cosa, che per certi versi potrebbe anche essere il punto di forza del film, a un certo punto diventa anche un po’ fastidiosa, tanto che ti ritrovi col cronometro a dire “29.58... 29.59... 30! PLOT TWIST!”.

I protagonisti mentre aspettano un plot twist
I personaggi sono un po’ delineati con l’accetta senza essere però particolarmente stereotipati e le interpretazioni sono piuttosto buone. La componente erotica è molto poco presente e questo può essere un po’ un problema per qualcosa che viene venduto come thriller erotico. Tolto infatti un unico nudo di spalle della bella Isabel Lucas, l’unico motivo per cui il film potrebbe essere Rated PG-13 è una scena col trittico “coltello-polso-sangue”.


In sostanza, un film buono e nulla di più, a mio avviso però eccessivamente criticato. Magari da quelle stesse persone che poi sono riuscite a giustificare schifezze ben peggiori solo per fare la marchetta o per adeguarsi alle aspettative di un pubblico di cinquantenni insoddisfatte che fingono di scandalizzarsi per qualsiasi cosa e poi pregano affinché il loro povero marito, un triste e grigio impiegato di provincia, si trasformi in Christian Grey. Quindi fai come Ladri Di VHS: fotti il sistema, fotti la critica e guarda The Loft.





Ingmar Bèrghem

mercoledì 16 luglio 2014

TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL'AZZURRO MARE D'AGOSTO


Regia: Lina Wertmüller 
Origine: Italia
Anno: 1974
Durata: 125'
Attori protagonisti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato

Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto narra di un povero marinaio ignorante, comunista e insofferente verso i vizi della sua “padrona”, la ricca industriale Raffaella Pavone Lanzetti. L'industriale rappresenta tutto ciò che il marinaio odia e il naufragio che li vede coinvolti darà vita al suo personale tentativo di rivendicazione sociale.


Travolti da un insolito destino... è uno dei rari casi in cui al pubblico italiano viene proposta una lettura esotica del paesaggio italiano. Non ci sono strani animali o piante sconosciute ovviamente, ma è il repentino cambio di registro che ci fa vivere le coste della Sardegna come un mondo lontano, perduto e (ormai) disabitato. Mondo che è simbolo della regressione a uomo delle caverne del marinaio Gennarino e perfetta ambientazione mentale del nuovo status della coppia. In questo mondo si piomba come in un sogno, dopo il dormiveglia rappresentato dalla giornata passata sul gommone, in cui entrambi stanno ancora con un piede fuori e l'altro dentro alle proprie classi sociali.


Il film grazie sopratutto alle musiche di Piccioni è sempre in bilico tra la commedia di costume e quella sexy. Dall'erotismo, a tratti “speculativo”, al dramma alla Casablanca. Anche se è evidente quasi subito che siamo davanti a uno dei così detti film “impegnati”; agli occhi di un saputello vaccinato e viziato come me, la vicenda appare come una lezioncina. Mai nel film si resta ancorati alla realtà delle circostanze, ogni evento è una sineddoche della società moderna, del rapporto povero/ricco, operaio/padrone, uomo/donna.
 


A volte tra un insulto e l'altro del siciliano sembra di sentire la bellissima voce della Wertmüller urlare “E adesso ve la faccio vedere io!”. Non è la mia generazione ad aver risolto tali questioni, è solo che la lezione della regista non riesce più a graffiare le nostre convinzioni come Pasolini o Ferreri. O forse semplicemente stiamo parlando di una storia invecchiata male.



È l'erotismo il punto forte della pellicola. È incredibile come il rapporto sessuale limitato allo strusciarsi riesca a frustrare anche lo spettatore. È da questo punto di vista che la storia riesce ancora a parlarci. Facendo nascere un nuovo personaggio chiamato “appagamento sessuale” che anch'esso sembra vivere in una primitiva e totalmente naturale isola della nostra mente. Isola per che fortuna resterà sempre svincolata da logiche classiste.


 
Isaia Panduri

lunedì 7 aprile 2014

NYMPH()MANIAC - VOL. I [DOPPIA RECENSIONE]



Regia: Lars Von Trier
Origine: Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio
Anno: 2013
Durata: 118'
Attori Protagonisti: 
Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater


La prima parte di Nymphomaniac vede la nostra protagonista raccontare a uno sconosciuto la propria vita sessuale senza un particolare motivo. Lo sconosciuto è un vecchio senza morale che ascolta e spinge a riconsiderare le esperienze al limite di Joe non come frutto di una particolare cattiveria nei confronti dei maschi. Il problema morale Trier non lo sfiora neanche. Nel film si narra o si vorrebbe narrare la storia di una donna che non ha mai conosciuto alcun sentimento. Una donna che ha nel desiderio la risposta naturale a ogni avvenimento.


Il vecchio risponde sempre in modo distaccato, anzi sconnesso. Ogni vignetta è scandita da una considerazione completamente fuori binario. Parallelismi difficili da afferrare, tra la caccia ai maschi e la pesca, tra la complessità  dell'appagamento sessuale di Joe e il canone di Bach. Il film vive dei contrasti dei riferimenti. Si va da un'intellettualoide Melissa P alle voci fuori campo un po' porno un po' Godard. Dalla collezione di conquiste che fa molto Truffaut in L'uomo che amava le donne, alla scelta (non abbastanza netta purtroppo) della doppia attrice per unico personaggio che ricorda molto Quell'oscuro oggetto del desiderio. La banalità  scioccante della prima metà  si scontra con la pretesa filosofica della seconda. Entrambi i registri privi però di intensità  tale da creare un serio interesse, per quanto la ricerca dell'esperienza sessuale perfetta, quella in cui c'è l'amore, sia un tema degno d'esser esplorato. Trier preferisce esser ruffiano che cavare qualcosa dalla questione.


Il film va visto solo ed esclusivamente per la scena spartiacque della comparsa della Thurman. Così grottesca da sfiorare la parodia. Una moglie tradita che cerca di formalizzare il tradimento affrontando faccia a faccia un'amante che amante non è. Joe infatti è un'ingenua ninfomane che ha affidato le proprie relazioni al caso. Evitando di considerare gli altri come parte di un sistema di cause e conseguenze.


Isaia Panduri



Ora dovrei fare il poliziotto buono, giusto?

La trama è semplice, Maria Goretti viene trovata svenuta, sporca e tumefatta in un vicolo dal nostro prode Luciano Onder.
Maria Goretti tra una mosca e un rapala ci racconterà la sua vita con Dio dall'infanzia fino ai suoi 12anni.

Luciano preoccupatissimo per le condizioni di Maria Goretti

Se la trama fosse stata veramente questa, probabilmente si potrebbe parlare veramente di scandalo, Maria Goretti che racconta dei tentativi di stupro del giovane Alessandro, con Onder che la interrompe ogni tanto parlando dei numeri di Fibonacci e facendoli ricongiungere con il numero di ferite ricevute dalla giovane prima di morire.
Grandi emozioni, suspance, tutti sarebbero usciti contenti dal cinema, chi non vorrebbe vedere una 12enne alta 1 e 38, sottopeso e con la malaria, raccontare tutti i cazzi suoi a uno che presenta Medicina 33?

 
Joe al corso d'inglese della Wall Street English

Va beh torniamo alla trama seria, che di solito è la parte più noiosa di una recensione, Joe interpretata dalla “mah, non è bellissima ma due botte” Charlotte Gainsbourg, viene trovata svenuta sporca e tumefatta in un vicolo di una città misteriosa dal mezzo ebreo Selingman il bravissimo Stellan Skarsgård. Dal letto della camera di Selingman inizierà l'escalation sessuale di Joe, dall'infanzia fino ai suoi 50 anni.
All'inizio del film 3 cose mi hanno “sorpreso”, la prima: Partenza metal con i nostri amici Rammstein, che di video scabrosi se ne intendono.
La seconda: la metafora tra sesso e pesca, una cosa che non si può discutere del film è la sceneggiatura, personalmente impeccabile.
La terza: Lars tutti si aspettavano un film pieno di sesso e tu non gliel'hai dato o forse sono stati gli stronzi della censura a non darcelo, magari la versione originale è un continuo di scat, pissing, amputee, midget e potremo saperlo solo all'uscita del film per il mercato home video, però devo batterti il 5 per un semplice dialogo efficace, quando fai dire a Selingman di far parte di una famiglia antisionista e non antisemita, sei stato proprio un furbone, un faccia di merda come piacciono a me, sapeva tanto di un velato mea vulva, pardon mea culpa stile “raga su fb tra le persone che mi ispirano c'è Hitler, ma volevo farvi sapere che sono solo antisionista”.
Bravo così ci piaci.

Pugnetto che ricambio subito

Il film viene diviso in 5 capitoli:
1."The Compleat Angler"
2. "Mrs. H"
3. "Jerôme"
4. "Delirium"
5. "The Little Organ School"
 
Molta gente rimarrà delusa proprio per l'assenza di scene sessuali, ve le potrei pure elencare che tanto si contano sulle dita di una mano, però probabilmente vi toglierei la poca curiosità che già riponete su questo film. Da notare che non sia nemmeno il primo film di Von Trier con scene di sesso in presa diretta, il film Idioti del 1998 ha scene di penetrazioni e di sesso di gruppo (scene mancanti nella versione italiana, sia mai).

Sono sempre stato una schiappa nel disegno tecnico
 
 Alla fine dei conti si parla di buchi dell'anima e di orifizi umani che la protagonista tenta di riempire tutti nello stesso modo, circondandosi di uomini, facendo sesso senza godere mai fino in fondo, questo dovrebbe far riflettere le persone che si riempiono di persone e che riescono lo stesso a sentirsi soli, Joe è ninfomane, sa lei stessa di essere un pezzo distorto e malato della società,forse noi altri non riusciamo ad avere la sua stessa consapevolezza.
Il punto più alto della pellicola? Il capitolo 4 “Delirium”, toccante, pieno di emozioni, forse pure la parte più cruda del film e neanche riguarda il sesso. Lars mi ha tirato fuori da non so quale buco (per rimanere in tema) Christian Slater che interpreta il padre della giovane Joe, Stacy Martin, però lei è una “probabilmente la sposerei e ci farei figli”. Insieme al capitolo 5, le parti più alte del film per quanto mi riguarda.

Il punto più basso della pellicola? Il cazzo di Shia LaBeouf.

 
WTF

Forse non sarà un film che ricorderò tra 10 anni ma qualcosa me lo ha lasciato, troppo criticato in giro, tutto merito del troppo hype e della ottima campagna pubblicitaria, spacciare nel 2014 questo film come pornografico può solo far sorridere ma Lars ci offre più anima che corpo, per quanto l'anima rimanga celata e il corpo alla mercé di tutti.



Endrio Manicone



venerdì 14 febbraio 2014

THE WOLF OF WALL STREET


Regia: Martin Scorsese
Origine:  USA
Anno: 2013
Durata: 180'
Attori Principali: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie

L'amore viscerale che riservo a un regista come Scorsese penso sia abbastanza evidente ormai. Non a caso il mio nickname è Martin Scortese. Non starò qui a fare una prosopopea sul perché mi piaccia così tanto e perché lo ritenga, di fatto, il mio regista preferito. Vorrei concentrarmi sul suo ultimo lungometraggio, The Wolf of Wall Street, e spiegare perché lo ritengo un filmone come pochi e un tassello importante della poetica, se così la possiamo definire, di questo cineasta. Il film narra la vera storia di Jordan Belfort, la sua ascesa nel mondo dei broker alla fine degli anni 80, con la fondazione di una sua società capace di fatturare 23 milioni in un mese, e il suo conseguente declino. La cosa che salta all'occhio immediatamente è la freschezza nella sguardo di Scorsese (71 anni), che riesce a descrivere in maniera acutissima, dinamica e anche feroce un mondo incredibile, fatto di eccessi, sesso, droga, alcool, nani usati per il tiro al bersaglio e chi più ne ha più ne metta. Affidandosi a giganti della recitazione, come Di Caprio e Jonah Hill, per non parlare di McConaughey, che in 15 minuti di apparizione buca lo schermo e da vita, insieme al protagonista, a una delle tante scene cult presenti nel film, Scorsese riesce in una gran riflessione sulla deriva causata dall'eccesso di denaro innanzitutto ("avevamo più soldi di quanti ce ne servissero") che si traduce nell'eccesso in tutto. Non c'è un attimo di sosta, di respiro.


Il film, della durata di 3 ore, fila liscio come un bicchier d'acqua, e grande merito va dato a Scorsese che confeziona un montaggio quasi delirante e allucinato, frenetico e spintissimo. Il tutto girato con immensa maestria. Parlavo delle scene cult, ecco, sono sicuro che tra 10 anni (e anche meno) continueremo a pensare a questo film e ci verranno in mente una marea di scene menzionabili. Vuoi per la potenza prettamente visiva di alcune scene, vuoi per alcune battute o per alcuni dialoghi, vuoi per una particolare canzone in un determinato momento, vuoi per un'inquadratura particolare. Poco importa, ce lo ricorderemo, e sfido chiunque a dire il contrario tra 10 anni. Vedremo. Se poi volessimo inquadrare questo film in un determinato genere direi che ci troviamo di fronte a una commedia nera. Per il semplice fatto che ci sono scene che fanno ridere a crepapelle (il padre di Jordan, Mad Max, interpretato da Rob Reiner, è protagonista di un paio di scene da lacrime; la già citata scena di McConaughey nei panni di Mark Hanna; l'incontro sullo yacht da Jordan e i due agenti dell'FBI) ma l'atmosfera che si respira è quella di un inferno grottesco, di una spirale di vizio e lusso senza uscita che sembra ricordare, per certi tratti, anche Casinò, in cui gli eventi, come in questo film, diventano semplicemente incontrollabili per i protagonisti.


Mattatore assoluto è ovviamente Leonardo Di Caprio, che con questo progetto si è spinto oltre qualsiasi altro lungometraggio fatto in precedenza con Scorsese, rendendo al meglio in un personaggio arrivista, ambizioso, cocainomane, sesso-dipendente, con una prova molta fisica, fornendo il suo corpo per orge e balletti deliranti. Ma tutto convince della sua prova, di un'esagerazione a volte anche misurata. Lode anche a Jonah Hill, che dopo l'ottimo Moneyball, si dimostra un eccellente braccio destro in film dai toni più drammatici. Un personaggio, quello interpretato da Hill, che sembra una proiezione più soft, per forza di cose, del Joe Pesci di Goodfellas o dello stesso Casinò. Sono due facce diverse dello stesso eccesso, in fin dei conti. Ottimi sono anche i contribuiti musicali, che passano dal jazz al rock dei Foo Fighters, dai Lemonheads a canzoni dal gusto totalmente italiano. Cercare significati nascosti in questo film è come cercare dei premi Pulitzer a casa di Fabio Volo. Inutile. Per il semplice fatto che è un film diretto, senza filtri, il più sboccato di Scorsese (si contano 506 "fuck" e relative variazioni della parola nel film), il più spinto sessualmente del suddetto regista. 


Ma la sensazione che si ha, e non voglio fare spicciola retorica, è che la ricchezza non renda totalmente nobili come vuole farci credere Belfort, che ritiene, appunto, che il denaro non ti compra solo una vita migliore ma ti rende anche una persona migliore. Non è vero, perché ci si rende conto che l'individuo diventa egli stesso moneta circolante, circondato da affetti fittizi, da persone attaccate solo per tornaconto personale. E dopo non rimane niente, se non la consapevolezza di essere uno dei tanti. Ennesimo punto a favore per il film: il finale. Semplicemente perfetto, apice ideale di una narrazione circolare in cui tutto finisce come era iniziato, facendoci intendere, in maniera delicata e per questo in netto contrasto con tutto quello che il film aveva espresso fino a quel momento, che un nuovo Jordan Belfort può essere ovunque. Insomma, un film da vedere assolutamente.


Daniele Morganti

lunedì 30 dicembre 2013

MOEBIUS


Regia: Kim Ki-duk
Origine: Corea del Sud
Anno: 2013
Durata: 90'
Attori Principali: Cho Jae-hyun, Seo Young-ju, Lee Eun-woo

Moebius di Kim Ki Duk non si può considerare un bel film, no per nulla, non si può considerare nemmeno un film da consigliare o da visionare con amici e partner, questo perchè il film è violento, spinto, estremo, senza darsi un limite, talmente spinto che diventa grottesco fino a toccare punte di ridicolo (la scena del pene sotto il camion mi rimarrà nella testa per anni).
La pellicola usa solo le immagini per comunicare, infatti non c'è neanche un dialogo né un accenno di musica, tutto il film è solo carne.


Ricordati, gli stiamo facendo un favore.

Carne che gode, carne subdola, carne che soffre, carne che piange, carne che sanguina fino a diventare carne infetta, portando l'ultima follia a trasformarsi in spirito o almeno è quello che i personaggi e il pubblico vorrebbero.
Questo ultimo parto del regista coreano è il suo personalissimo Kali Yuga, piena di conflitti e fallocentrica, probabilmente da qui non ci sarà ritorno e non ci sarà soluzione ma solo autoflagellazione, perchè il dolore e il piacere saranno il filo conduttore di tutto.


Il film è un dramma composto da un triangolo fortissimo, vi sfido comunque a leggere la trama su wikipedia senza ridere, ridotta a due righe questa storia sembra creata dalla mente di  Lloyd Kaufman (il capo della Troma).

"Lui ha un'amante. Il figlio vede il padre con l'amante. La moglie decide di evirare il marito, ma non riuscendoci, evira il figlio che si masturbava pensando all'atto sessuale consumato dal padre. Padre e figlio cercano un modo per provare piacere senza pene. Lo trovano procurandosi un forte dolore. Il figlio si innamora dell'amante del padre, partecipa ad uno stupro ai danni di lei e poi prova piacere facendosi da lei accoltellare.
Quando finalmente il figlio si fa trapiantare il pene del padre [...] scopre che riesce ad avere una erezione solo con la madre."

Qui Jackie Chan direbbe "my brain is full of fuck", ed è quello che ci si ripete durante tutta la visione.


Ho passato 1 ora e mezza così.

Descritta così probabilmente la pellicola potrà sembrare uno scempio immerso tra sindrome di Edipo, cazzi e Freud ed in parte lo è veramente, però non ho mai sofferto fisicamente (in senso positivo) così tanto durante la visione di un film.
Intriso di ottimi spunti, belle metafore e quell'accenno di spiritualismo che mi manda in solluchero, va visto solo se amanti dell'estremo e si sa a cosa si va in contro.

Noi della Lega Corea Sud ce l'abbiamo duro.

Endrio Manicone

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