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sabato 20 dicembre 2014

MAGIC IN THE MOONLIGHT


Regia: Woody Allen
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 97'
Attori protagonisti: Colin Firth, Emma Stone

A quel piccolo ometto di Woody Allen è impossibile volere male, a maggior ragione quando ci si rende conto che per lui fare film è davvero tutto, anche leggendo alcune sue piccole interviste. Quindi l’appuntamento annuale con un film del genio newyorkese è ormai una tappa fondamentale per ogni appassionato che si rispetti. Dopo alcuni passi falsi, Allen è tornato l’anno scorso con Blue Jasmine (che abbiamo recensito ai tempi), un film abbastanza riuscito e anche molto amaro. Quest’anno ci porta nel 1928, nel Sud della Francia, dove Stanley (interpretato da Colin Firth), un famosissimo illusionista, viene incaricato di smascherare una giovane sensitiva di nome Sophie, interpretata da una splendida Emma Stone.


C’è da dire innanzitutto che la prima cosa che colpisce è l’estremo gusto fotografico che ci accompagna per tutta la durata, piccoli quadri in movimento si susseguono sequenza dopo sequenza, affascinando e ammaliando. In questa cornice Allen ripropone diversi temi a lui molto cari, come il rapporto con Dio e la fede in generale, il rapporto con la filosofia, il tutto filtrato con il solito approccio nichilista che è la spina dorsale di gran parte delle pellicole di Allen. In questo lungometraggio, grazie all’ottimo e sornione Colin Firth, ci porta nei meandri di una ricca famiglia della Provenza, in evidente crisi d’identità, che cerca appiglio nella magia, nel paranormale, mostrandoci una borghesia spaesata e senza effettivi punti di riferimento. Stanley fa da contraltare con la sua ironia tagliata con l’accetta, cercando di far crollare i castelli di carta di tutti coloro che lo circondano. L’incontro con la giovane sensitiva, però, farà emergere lati della sua personalità che non poteva immaginare di possedere, incominciando una ricerca interiore che lo porterà a rivedere e a rivalutare in negativo tutto ciò a cui aveva creduto fino a quel momento e, di fatto, a farsi trasportare dall’inaspettata bellezza della vita.


È un film liberatorio, dove Allen opera un'ennesima catarsi, trasportando sé stesso e le sue idee all’interno del personaggio principale (escamotage utilizzato molto spesso, basti pensare, parlando di suoi film più recenti, al Boris di Basta che funzioni), senza aggiungere nulla di nuovo al suo percorso, perché, come già detto, sono temi quelli affrontati qui già setacciati per bene in passato dal regista, ma che vengono proposti con una genuinità tale che non si può non provare un’immensa stima per questo autore, che si diverte anche in questo lavoro a prenderci un po’ in giro, a depistarci, a farci credere una cosa per un’altra, a darci una nuova visione dei personaggi che verrà scardinata un attimo dopo, ma facendo prevalere i buoni sentimenti, il che non fa male. In definitiva, una pellicola riuscita, gradevole e ben scritta, di certo non un capolavoro, ma molto onesta e di classe se vogliamo. Insomma, nel bene o nel male, vedere un film di Allen, che pare essere tornato in sé dopo la cantonata To Rome With Love, non può che essere un piacere, e gli auguriamo di continuare a fare film per altri cento anni.


Martin Scortese

venerdì 28 novembre 2014

FILTH

 
Regia: Jon S. Baird
Origine: UK
Anno: 2013
Durata: 97'
Attori protagonisti: James McAvoy

Filth, uscito l’anno scorso in UK, annunciato per quest’anno col titolo Il Lercio in Italia, nessuno sa quando verrà realmente distribuito in questo Paese di ritardatari. Quindi chissenefrega, noi lo recensiamo e voi lo recuperate, che altrimenti va a finire come per Mr. Nobody di Jaco Van Dormael che “sta arrivando” dal 2009.


Per la quarta volta dal 1996, da Trainspotting, la Edimburgo malata descritta dalla penna di Irvine Welsh finisce sul grande schermo. Il soggetto è dello stesso Welsh che però si allontana volutamente di qualche passo dalla trama originale, probabilmente per una migliore resa cinematografica e per evitare problemi di censura. Non fate però l’errore di credere che sia un film tirato a lucido per diventare una commedia per famiglie. Filth è un film sporco, a tratti fortemente grottesco e immensamente bastardo che riesce a cambiare tono continuamente, mettendo a disagio lo spettatore, facendo provare disgusto o compassione per quel personaggio che cinque minuti prima aveva suscitato ilarità.


Il protagonista è Bruce "Robbo" Robertson, un sergente di polizia che incarna il peggio del peggio, interpretato da un fantastico James McAvoy. Cocaina, whiskey, film porno e violenza gratuita sono solo alcuni degli hobby del sergente Robbo che farà di tutto per ricevere la promozione che a suo dire risolverà ogni problema. E quando dico “tutto” intendo veramente ogni cosa. Ogni altro pretendente alla promozione sarà manipolato nella maniera più subdola possibile e messo fuori gioco.


Tutto questo accade durante le indagini per l’omicidio di un cinese da parte di alcuni teppisti locali. Il protagonista, armato praticamente solo della sua bastardaggine, in poco tempo individuerà i colpevoli ma per una serie di intrecci il caso gli sarà tolto per essere affidato a una sua collega. È a questo punto che la commedia lascia spazio al dramma e il personaggio spaccone e divertente si eclissa mostrando una persona malata e sola che ha trovato rifugio nel vizio.


Un film delirante con sequenze oniriche da stato allucinatorio, esagerato, a tratti caricaturale. Un personaggio estremamente sfaccettato che ha coscienza di essere l’unico vero protagonista della storia, che si concede il lusso di ammiccare allo spettatore guardando in camera senza far sembrare ciò un’esagerazione. Un personaggio interpretato in maniera eccellente da McAvoy che ha portato a casa il premio come miglior attore al British Independent Film Awards, al London Critics Circle Film Awards e agli Empire Awards. Divertente, amaro, lascia spazio a più di una riflessione e sicuramente non piacerà a tutti ma assolutamente da vedere. Chi ha letto il libro sarà magari deluso dal fatto che la storia sia stata un po’ stravolta ma questo è un film che si regge esclusivamente sul suo protagonista più che sugli sviluppi della trama e dato che, come già detto, la caratterizzazione di Robbo è stata eccellente, non c’è motivo di dispiacersi.




Ingmar Bèrghem

venerdì 14 novembre 2014

FRANK



Regia: Lenny Abrahamson
Origine: Regno Unito, Irlanda
Anno: 2014
Durata: 95'
Attori protagonisti: Michael Fassbender, Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal, Scott McNairy

Jon è un giovane musicista in cerca di ispirazione, incapace di partorire una sola idea buona. In suo soccorso arrivano gli Soronprfbs, band che propone un revival post-punk dark (?) capitanata da Frank. Un misterioso e istrionico cantante mascherato. Jon prendendo parte alle registrazioni del nuovo album scopre che il gruppo è qualcosa di più simile a una comunità per ragazzi mentalmente instabili autogestita. Ogni membro sembra covare dentro un disagio con cui solo suonando assieme è possibile convivere.


Ma tanti se non troppi sono i temi che Frank tira fuori. Dalla crisi creativa alla difficoltà di poter concretizzare l'idea che si avverte nascere dentro di sé. Dalla composizione, le prove, la registrazione alla promozione (con annessa riflessione sul ruolo del web e dei festival indie nella promozione musicale). Il film fortunatamente non è un'investigazione sull'attuale scena americana e affida a questi temi più il ruolo di aneddoto. La musica è un dato di fatto. Un pretesto attorno al quale ruota la vera storia di Frank e della sua band.


Sono altre le questioni che il film riesce a mettere a fuoco. La musica come condivisione senza nessuno spirito velleitario e la naturale ricerca in ognuno di noi di un mentore. La band impedisce al protagonista di svendere la propria musica non per una questione di integrità ma per paura che il compromesso pop rischi di rovinare la purezza della cura compromettendone l'efficacia. Lo scontro tra le due parti, quella della “svolta pop” e quella indie (che più indie non si può) è l'estrema conseguenza dello scontro tra il banale e l'eccentrico (anche se a dire il vero si tratta di un immaginario eccentrico più che collaudato) e in definitiva di questo scontro vive il film.


Un po' ruffiano nel citare esplicitamente i vari social network (fa riflettere il modo in cui la voce fuoricampo-diario venga  sostituita da quella fuoricampo-social network, molto più ipocrita), fa anche commuovere parlando d'amicizia, di morte e di arte. Intelligente l'uso della musica. I tentativi, gli errori, i feedback e i fallimenti mettono in ombra le canzoni facendoci capire davvero quello che è il lavoro del musicista. Frank dice molto su quanto sia importante la musica nelle vite di molti e quanto una passione possa alla fine salvarci la vita.


Isaia Panduri






mercoledì 30 luglio 2014

CASOTTO



Regia: Sergio Citti
Origine: Italia 
Anno: 1977
Durata: 106'
Attori protagonisti: Gigi Proietti, Ninetto Davoli, Ugo Tognazzi, Catherine Deneuve, Jodie Foster, Franco Citti

Ninetto Davoli entra nel casotto per accendere una sigaretta. Quando esce chiude la porta alle sue spalle lasciandoci imprigionati dentro. Entri, chiudi la porta, ti spogli e metti il costume. Lasci tutta la tua roba là e ti tuffi in acqua. Prima di te qualcuno ha fatto la stessa cosa proprio in quel casotto e qualcun altro lo farà dopo di te. Casotto è di questo che parla. Gente che si spoglia, mette il costume e si butta in acqua.




Già dai titoli di testa ci si rende conto della portata dell'esperimento. Paolo Stoppa e Jodie Foster, Gigi Proietti e Catherine Deneuve. Ma anche Franco Citti, Angela e Anna Melato, Ninetto Davoli, Ugo Tognazzi e Michele Placido. Anche lo staff tecnico lascia interdetti. Le musiche minimali e esotiche del “maestro Mazza” e le scenografie (Hitchcockiane) del tre volte premio oscar Dante Ferretti convivono con la regia e la fotografia Pasoliniana di Citti e Delli Colli. A tenere su la baracca (è proprio il caso di dirlo) Vincenzo Cerami.



Casotto, dopo Salò (forse) è l'opera italiana più coraggiosa. Nel 1977 l'Italia è già un posto abbastanza smaliziato da non rimanere sconvolto dalla vista delle palle di Placido. Il pubblico e la critica di allora fecero comunque fatica a digerire un'opera di fatto incollocabile. Da una parte la malinconia di Pasolini, dall'altra la commedia di costume. Il gusto però è tutt'altro che intellettuale o nazionalpopolare. La lente usata è grottesca, a tratti avanguardistica, con scene di vera e propria videoarte. Il tutto girato in una sola stanza con una porta che quando si apre dà il senso di una terra che pulsa fuori. Del giorno che passa e del tempo che cambia. Le scene di nudo sono fastidiose perché vere. Perché fa male vedere nudi che non cercano di sedurci. 




In Casotto la nostra parte più intima, manco a dirlo, non si ferma ai genitali. Noi siamo come dei fantasmi, come delle camere nascoste costrette ad assistere allo spettacolo più indecente che ci sia, quello cioè della grottesca normalità dell'essere umano. Panzoni, donne pelose, coach molesti, freak, coppie male assortite. Le nostre ambizioni, le nostre magagne, le nostre paure e altre normalissime oscenità si avvicendano senza sosta a ritmo sostenuto. Manco il tempo di riflettere sulla porzione di noi stessi che un personaggio ha portato a galla che eccone un altro, pronto a tirar fuori le sue e le nostre vergogne. 


Isaia Panduri



domenica 20 luglio 2014

ANCHORMAN 2 - FOTTI LA NOTIZIA


Regia
:Adam McKay
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 120'
Attori protagonisti: Will Ferrell, Paul Rudd, Meagan Good, Christina Applegate

Credo di essere uno dei più grandi fan di Will Ferrell in Italia, è un mio attore feticcio e qualsiasi suo gesto, sguardo e movimento lo considero un momento comico riuscito.
Il fatto che io sia uno dei suoi più grandi fan in Italia non è dovuto a mie particolari conoscenze su Will o il saper citare battute o spezzoni dei suoi film, no, per nulla, il fatto è che in Italia se lo filano in pochi.


Alla conquista dell'internet che conta

La dimostrazione più evidente si può avere con la serie Anchorman, entrambi distribuiti qui direttamente per il mercato home video mentre in America è un cult totale e il personaggio di Ron Burgundy è una leggenda anche al di fuori dello schermo.
In più non sazi ci hanno infilato un sottotitolo totalmente insensato "FOTTI LA NOTIZIA", quando l'originale sarebbe un più misurato "THE LEGEND CONTINUES" ma per queste cose prima o poi mi presenterò all'AIA per chiedere spiegazioni e pretendendo che qualcuno paghi per queste "STRONZATE DEL CAZZO". Il film prosegue le avventure di Mario Giordano; e del suo cammino verso il giornalismo che conta e della sua storia d'amore ma ancor prima sessuale con Milena Gabanelli. Mario Giordano per la fama e il successo, dopo una rottura improvvisa con Milena, deciderà di fare il giornalismo che vuole il pubblico e quindi gli offrirà notizie prive di spessore e piene di prostituzione intellettuale. Dall'altra parte la sua dolce metà continuerà a fare giornalismo impegnato e d'inchiesta, scoprendo cose orrende su Marco Betello, ma i progetti dell'amore sono sempre dietro l'angolo e torneranno insieme dopo un torneo di Magic all'ultimo sangue.

Milena mi ha lasciato e la mia vita è totalmente FOTTUTA!
 
Il cast rimane inalterato dal primo capitolo, vediamo tutto il team di Channel 4 composto da comici del calibro di Steve Carell. Da notare la quantità enorme di camei di peso, giusto per citare qualche nome: Kanye West, Drake, Harrison Ford, Vince Vaughn.

Menzione d'onore a quel gran pezzo d'ubalda di Meagan Good che qualcuno di voi avrà già potuto apprezzare in TUTTE le sue doti su Californication, doti molto apprezzate da Hank Moody.
 
Gran parte dei miei giorni li vivo come Brick Tamland

L'umorismo che, premetto, per goderlo al meglio va visto in lingua originale, è caustico e corrosivo al punto giusto, cade nel politicamente scorretto riuscendo nel finale a far riflettere pure un minimo (il mio paragone a Mario Giordano non è stato totalmente casuale).

Le ambientazioni anni 70 sono ricreate con brio e la colonna sonora è pazzesca, roba con cui rimorchiare facilmente tutte le ragazze del quartiere, dalla hipster alla punkabbestia. Adam McKay continua con successo la sua collaborazione con Ferrell anche per quanto riguarda la sceneggiatura, rimanendo sui livelli di film come "Ricky Bobby - La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno" o "Fratellastri a 40 anni",film che nel panorama comico del cinema a stelle e strisce non portano assolutamente nulla di nuovo ma che riescono in un modo o nell'altro nel loro intento principale, farmi ridere di gusto senza troppi fronzoli.

Sharknado in vista

Insieme ad Apatow, legati tra l'altro da una amicizia e una grande collaborazione, sono a capo della commedia americana e probabilmente ci rimarranno ancora per un po' di tempo.

Ps: probabilmente lo scontro finale tra vari team di news, un mix tra Gangs of New York e Guerrieri della notte, entrerà nella storia un po' come fece lo scontro nel primo.

Bonus track: 




Endrio Manicone

lunedì 14 aprile 2014

THE GRAND BUDAPEST HOTEL


Regia: Wes Anderson
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 99'
Attori protagonisti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, Jude Law, Saoirse Ronan, Edward Norton, Willem Defoe, Adrien Brody, Bill Murray, Harvey Keitel

10 aprile. Penso che finalmente è uscito il nuovo lungometraggio di Wes Anderson. Subito controllo gli orari del cinema su internet e niente. Cioè proprio niente. Nessun cinema della mia zona passava questo film (Al Barbone avrebbe detto “meno male zio”). Panico totale. Ho cercato di recuperare il recuparabile di Anderson nei giorni precedenti, quindi ero carichissimo. E invece niente. Panico. Divento apatico per tutta la giornata, cerco appigli, pregusto il post-modernismo asciutto con tanto di fossantani con scappellamento a sinistra. Neanche Lo Sgargabonzi riesce a tirarmi su. Però, aspetto un giorno e magicamente un cinema mi sorprende, e espone la locandina di questo film. La sera stessa vado e mi sono gustato un gran lavoro. E voi potreste benissimo chiedervi “che bisogno c’era di fare questa supercazzola per dirci che hai aspettato un giorno per un film?”. Nessuno, ma questo è il bello di Internet.

Il conte Mascetti è fiero di me.

Ora facciamo i seri. Anderson è un regista che mi è sempre piaciuto, per la sua capacità di creare dei microcosmi sfaccettati e curati, e farti entrare in sintonia con quasi tutti i personaggi. Il tutto con estrema semplicità narrativa e di intenti, con una forte impronta personale, data da scenografie sempre bellissime e a tratti surreali, un gusto incredibile per la simmetria e una grande bravura nel creare personaggi che rimangano un po’ nell’immaginario. Penso ad esempio ai I Tenenbaum, un film ricco di personaggi memorabili. Penso a Max Fischer di Rushmore, a Steve Zissou e ai tre fratelli in viaggio nel Darjeeling Limited. Penso che Anderson per me è un grande, in fin dei conti. Ma parliamo del suo Grand Budapest Hotel, vincitore, tra l’altro, del Premio della giuria nell’ultima edizione del Festival di Berlino. La trama è semplice [cit.], e mi avvarrò di Wikipedia per spiegarla in 2 secondi e soffermarmi poi sugli aspetti più riusciti del film: “Nell'Europa di inizio Novecento, Gustave H, un concierge che lavora in un leggendario Hotel dell'immaginaria Repubblica di Zubrowka, diventa amico di uno dei suoi collaboratori più giovani, Zero Moustafa, il quale crescerà fino a diventare il suo protetto. La storia coinvolge il furto e il recupero di un dipinto rinascimentale inestimabile e la battaglia per un enorme patrimonio di famiglia.” 


Lasciando un attimo da parte il cast di altissimo livello, innanzitutto la messa in scena è spettacolare. Da questo punto di vista Anderson si rinnova di film in film, con una maturazione estetica via via più evidente e sorprendente, con un’impostazione quasi teatrale ma al tempo stesso di grande respiro. Lungi da me fare paragoni azzardati, se non di più, ma per la forza visiva di alcune scene nei corridoi di questo hotel pensavo che a un certo punto si sarebbero palesati di fronte a me Jack Torrance e due gemelle trucidate sul pavimento. Il bello del cinema e delle pippe mentali insomma. Per non parlare dei personaggi che popolano questo zoo andersoniano, che sono tutti pezzi che vanno a comporre questo puzzle a tratti delirante, fintamente ingenuo o ottimista, ma che racchiude in sé una malinconia che sembra passare in sordina, ma così non è. Così non è mai, almeno per me, nei film di Wes (ti do del Tu cavissimo, spevo mi pevdonevai).



Gli attori funzionano tutti, dal nevrotico Ralph Fiennes con un prova davvero convincente alla sempre più camaleontica Tilda Swinton (penso anche a Snowpiercer), dal nostalgico Murray Abraham allo scrittore interpretato da Jude Law, il quale prende le sembianze di Tom Wilkinson più in là con gli anni, e che è/sono il/i motore/i di tutta la narrazione, che funziona alla grande e gira attorno alla vita di Gustave H, accusato ingiustamente di omicidio, catalizzatore di tanti avvenimenti che si susseguono freneticamente. Come non parlare poi dei due baldi giovani, protagonisti di una storia d’amore frettolosa ma pura come i due innamoratini di Moonrise Kingdom. L’amore ai tempi di Wes Anderson. Un amore senza troppi giri di parole. Oppure del malefico Willem Dafoe; vorrei dire, immaginatevi questo Dafoe senza capelli e avrete un Nosferatu versione 2(denti).0. Ed è qui, però, col personaggio appena citato, che Wes mi sorprende, adottando uno stile sicuramente più cupo, e perché no violento, rispetto agli altri film della sua produzione. Ma sempre con un’ingenuità infantile che non può che far bene al film, come se lui stesso fosse sorpreso da quanto stia avvenendo, arrivando a riflettere anche su certe logiche autoritarie presenti in Europa in quel preciso periodo storico, vale a dire il 1932.



Diventa quindi un monito a tramandare storie, a raccontarle, perché le storie sono potenti, aiutano, danno speranza e insegnano sempre qualcosa. Quello che cerca di fare Anderson, che viene fatto passare per il regista pazzerello-hipsterino-mammamiachebeicolori-vuoto ma che al suo interno, nel suo Cinema, ha molto di più. Ed è un approccio, il suo, che emoziona con semplici cose: con un primo piano, con una canzone, con una frase che potremmo dire tutti senza per forza aver letto Così parlò Zarathustra in svedese e al contrario. In questo film più che mai, che può risultare sì minimale, ma comunque compatto e senza sbavature di sorta, che arriva a toccare corde inaspettate anche per la capacità di rendere la storia del Grand Budapest Hotel (da importante albergo di lusso ad alberguccio in decadimento) come la storia dei personaggi che lo hanno popolato o che comunque sono arrivati a un certo punto della loro vita convinti che l’esperienza in questo hotel sia stata la migliore della propria esistenza. Basti pensare al personaggio di Zero Moustafa, rifugiato politico che trova come maestro di lavoro e di vita Gustave H e al quale sarà sempre grato (per motivi che non sto qua a rivelare perché di mestiere non faccio lo spoileratore), ritornando sempre a discorsi inerenti alla solitudine e su quale sia lo scopo della nostra vita.



Da non sottovalutare poi le riflessioni sull’arte e sull’importanza della stessa, visto che un posto principale è riservato a questo quadro trafugato dal valore inestimabile (che avrà come conseguenza una scia di sangue generata dalla coppia Brody-Dafoe), come è inestimabile il valore del Cinema per Anderson, e che è evidente in questo film che consiglio sicuramente agli amanti di Anderson, perché non potranno non apprezzare questo film, più maturo a livello concettuale e visivo. Ma lo consiglio anche ai suoi detrattori proprio perché potranno trovare un qualcosa di diverso rispetto ai suoi film precedenti (spero), proprio per la maturità raggiunta sopracitata. Ma comunque sia Wes, non te la prendere, ci sarò sempre io a difenderti a spada tratta quindi puoi stare tranquillo e sereno. Digli poco.


Martin Scortese



  

venerdì 14 febbraio 2014

THE WOLF OF WALL STREET


Regia: Martin Scorsese
Origine:  USA
Anno: 2013
Durata: 180'
Attori Principali: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie

L'amore viscerale che riservo a un regista come Scorsese penso sia abbastanza evidente ormai. Non a caso il mio nickname è Martin Scortese. Non starò qui a fare una prosopopea sul perché mi piaccia così tanto e perché lo ritenga, di fatto, il mio regista preferito. Vorrei concentrarmi sul suo ultimo lungometraggio, The Wolf of Wall Street, e spiegare perché lo ritengo un filmone come pochi e un tassello importante della poetica, se così la possiamo definire, di questo cineasta. Il film narra la vera storia di Jordan Belfort, la sua ascesa nel mondo dei broker alla fine degli anni 80, con la fondazione di una sua società capace di fatturare 23 milioni in un mese, e il suo conseguente declino. La cosa che salta all'occhio immediatamente è la freschezza nella sguardo di Scorsese (71 anni), che riesce a descrivere in maniera acutissima, dinamica e anche feroce un mondo incredibile, fatto di eccessi, sesso, droga, alcool, nani usati per il tiro al bersaglio e chi più ne ha più ne metta. Affidandosi a giganti della recitazione, come Di Caprio e Jonah Hill, per non parlare di McConaughey, che in 15 minuti di apparizione buca lo schermo e da vita, insieme al protagonista, a una delle tante scene cult presenti nel film, Scorsese riesce in una gran riflessione sulla deriva causata dall'eccesso di denaro innanzitutto ("avevamo più soldi di quanti ce ne servissero") che si traduce nell'eccesso in tutto. Non c'è un attimo di sosta, di respiro.


Il film, della durata di 3 ore, fila liscio come un bicchier d'acqua, e grande merito va dato a Scorsese che confeziona un montaggio quasi delirante e allucinato, frenetico e spintissimo. Il tutto girato con immensa maestria. Parlavo delle scene cult, ecco, sono sicuro che tra 10 anni (e anche meno) continueremo a pensare a questo film e ci verranno in mente una marea di scene menzionabili. Vuoi per la potenza prettamente visiva di alcune scene, vuoi per alcune battute o per alcuni dialoghi, vuoi per una particolare canzone in un determinato momento, vuoi per un'inquadratura particolare. Poco importa, ce lo ricorderemo, e sfido chiunque a dire il contrario tra 10 anni. Vedremo. Se poi volessimo inquadrare questo film in un determinato genere direi che ci troviamo di fronte a una commedia nera. Per il semplice fatto che ci sono scene che fanno ridere a crepapelle (il padre di Jordan, Mad Max, interpretato da Rob Reiner, è protagonista di un paio di scene da lacrime; la già citata scena di McConaughey nei panni di Mark Hanna; l'incontro sullo yacht da Jordan e i due agenti dell'FBI) ma l'atmosfera che si respira è quella di un inferno grottesco, di una spirale di vizio e lusso senza uscita che sembra ricordare, per certi tratti, anche Casinò, in cui gli eventi, come in questo film, diventano semplicemente incontrollabili per i protagonisti.


Mattatore assoluto è ovviamente Leonardo Di Caprio, che con questo progetto si è spinto oltre qualsiasi altro lungometraggio fatto in precedenza con Scorsese, rendendo al meglio in un personaggio arrivista, ambizioso, cocainomane, sesso-dipendente, con una prova molta fisica, fornendo il suo corpo per orge e balletti deliranti. Ma tutto convince della sua prova, di un'esagerazione a volte anche misurata. Lode anche a Jonah Hill, che dopo l'ottimo Moneyball, si dimostra un eccellente braccio destro in film dai toni più drammatici. Un personaggio, quello interpretato da Hill, che sembra una proiezione più soft, per forza di cose, del Joe Pesci di Goodfellas o dello stesso Casinò. Sono due facce diverse dello stesso eccesso, in fin dei conti. Ottimi sono anche i contribuiti musicali, che passano dal jazz al rock dei Foo Fighters, dai Lemonheads a canzoni dal gusto totalmente italiano. Cercare significati nascosti in questo film è come cercare dei premi Pulitzer a casa di Fabio Volo. Inutile. Per il semplice fatto che è un film diretto, senza filtri, il più sboccato di Scorsese (si contano 506 "fuck" e relative variazioni della parola nel film), il più spinto sessualmente del suddetto regista. 


Ma la sensazione che si ha, e non voglio fare spicciola retorica, è che la ricchezza non renda totalmente nobili come vuole farci credere Belfort, che ritiene, appunto, che il denaro non ti compra solo una vita migliore ma ti rende anche una persona migliore. Non è vero, perché ci si rende conto che l'individuo diventa egli stesso moneta circolante, circondato da affetti fittizi, da persone attaccate solo per tornaconto personale. E dopo non rimane niente, se non la consapevolezza di essere uno dei tanti. Ennesimo punto a favore per il film: il finale. Semplicemente perfetto, apice ideale di una narrazione circolare in cui tutto finisce come era iniziato, facendoci intendere, in maniera delicata e per questo in netto contrasto con tutto quello che il film aveva espresso fino a quel momento, che un nuovo Jordan Belfort può essere ovunque. Insomma, un film da vedere assolutamente.


Daniele Morganti

sabato 4 gennaio 2014

AMERICAN HUSTLE


Regia: David O. Russell
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 138'
Attori Principali: Christian Bale, Bradley Cooper, Amy Adams, Jennifer Lawrence, Robert De Niro

Devo dire, molto bello "American Hustle", un film che viaggia un po' a sprazzi (pur restando sempre su livelli buoni), ma che quando si accende regala almeno 5-6 momenti di grande cinema, di quello che può aspirare ad una dimensione iconografica. David O. Russell, dal canto suo, continua il suo canto verso il cinema "che gli ha salvato la vita" (testuali parole), tirandolo fuori dalle sue crisi nervose, dal malessere per un figlio bipolare, dal divorzio e dalla depressione. Rispetto, però, a "The Fighter" e soprattutto a "Il lato positivo", che erano due simboli di lotta, a tratti anche ingenua, contro le asperità della vita, qui c'è una maggiore consapevolezza, che si fonde con una nota di amarezza e uno sguardo sulla realtà, che increspa il grande gioco di affabulazione del cinema. Perché "American Hustle" non è un mero strumento per mettere in luce i suoi attori, tutti bravissimi, specie Amy Adams (purtroppo col doppiaggio si perde la sua abilità a giocare con gli accenti) e Jennifer Lawrence, quanto piuttosto una riflessione su come la vita sia una finzione, un insieme di pailettes e lustrini (da qui il risalto per l'ambientazione seventies), di abiti da indossare (come quelli che vengono abbandonati nella lavanderia di Bale), che dissimulano una grande solitudine interiore e una malinconia che non sembra trovare carezze altrui.



Ed in questo deserto interiore, per costruirsi la propria oasi, ecco allora che bisogna sporcarsi le mani, immergersi nelle pieghe di una morale relativizzata e che fa perdere l'orientamento su quale sia il (manicheo?) giusto e sbagliato, come riaffermato beffardamente procedendo verso il finale. In quest'ottica, appare, dunque, chiaro, come il cinema sia l'arte (per quanto nel film si parli anche di pittura e musica) che più di tutte racchiude l'essenza della vita, soprattutto per il ruolo degli attori, che vengono messi al centro di tutto, nel loro triplo ruolo di persone che interpretano personaggi che interpretano altre identità, scarnificando una trama che viaggia in sottofondo e che serve a supportarli in quanto emblema del grande teatro tragicomico dell'essere umano. Se la vediamo da questa prospettiva, allora, per quanto siano evidenti gli omaggi a Scorsese, ed in misura minore a Tarantino, "Boogie Nights" e "La Stangata", c'è anche una luce profondamente personale e verace che Russell infonde alla sua creatura e che risulta di gran lunga l'aspetto più apprezzabile di una pellicola, magari non perfetta, ma che di sicuro appare come la più riuscita, matura ed interessante fin qui realizzata dal regista.





Pietro Cangialosi

domenica 22 dicembre 2013

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY


Regia: Ben Stiller
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 114'
Attori Principali: Ben Stiller, Sean Penn, Kristen Wiig, Shirley MacLaine

Che ci crediate o no, la gente ancora al cinema ci va, strano ma vero, eppure esiste anche questa strana cosa oltre uTorrent. Quindi, visto che esiste un luogo così strano ho deciso di andare a vedere I sogni segreti di Walter Mitty, film diretto e interpretato da Ben Stiller. Una commedia come Cristo comanda. Ottima (sì, ottima) regia, gran ritmo, belle musiche (quando è partita Wake Up degli Arcade Fire mi sono commosso, che tenerone). E forse è proprio il titolo di questa canzone che ci suggerisce una sintesi per questo film. Svegliarsi. Sì, svegliarsi. Lasciare da parte, per quanto possibile, una razionalità che tende ad appiattirci e seguire un po' quello che la giornata ci riserva, facendoci guidare dall'istinto e uscendo da una gabbia sociale che ci vuole come semplici formichine ammaestrate e pronte a essere sbeffeggiate in qualunque momento dalle cicale goderecce, strafottenti che, in questo caso, non si esentano dal licenziare gran parte di una redazione da tanto dedita alla buona riuscita di questa rivista dal titolo Life.

                 

Stiller riesce quindi a trattare anche un argomento spinoso come l'attuale crisi economica e finanziaria, senza troppi sentimentalismi scadenti, ma al contrario con semplicità e acume, descrivendo anche un mondo ormai digitalizzato e che preferisce vivere esperienze sui social network piuttosto che prendersi la briga di provare a viaggiare, di visitare posti al di fuori di Phoenix. Bella la sua scelta, inoltre, di optare per dei campi lunghi, quasi a voler evidenziare il piccolo, piccolissimo ruolo che l'uomo ricopre rispetto alla grandezza del mondo, un mondo tutto da scoprire, risultando come un approccio molto funzionale specialmente nella prima parte del film, svolta in interni a differenza della seconda parte che è molto più aperta. 



Parlando del personaggio principale, Mitty è uno a cui piace sognare, a cui piace esulare dalla sua reale esistenza, un po' come tutti alla fine, ma che non trova mai occasione di uscire da questo suo guscio, fino a quando sarà costretto per esigenze lavorative a prendere il toro per le corna e cambiare radicalmente il suo modo di vivere e la sua prospettiva nei confronti di quello che lo circonda. E nel momento in cui è il centro di una serie di avventure (reali) quasi non crede di essere riuscito a spingersi così lontano. La cosa più straniante di questo film, e di riflesso la cosa migliore, è il fatto che Stiller giochi con noi, inserendo spesso digressioni oniriche di Mitty che si incanta immaginando un futuro o un presente diversi da quelli che si aspetta e in cui è, tanto che a un certo punto inizi a chiederti "ma stata succedendo davvero o Mitty si è incantato nuovamente?". Quindi, senza essere troppo ripetitivi, è un film veramente ben fatto, ben girato e che potrebbe stupire i più che pensano che Stiller sia solo un buon attore e basta. Da questo film trapela davvero qualcosa in più, invece.



Daniele Morganti

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