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domenica 29 novembre 2015

DHEEPAN


Regia: Jacques Audiard
Origine: Francia 
Anno: 2015 
Durata: 109'
Attori principali: Jesuthasan Antonythasan, Kalieaswari Srinivasan

L’ultima pellicola di Jacques Audiard, premiata nell’ultima edizione del Festival di Cannes con la Palma d’oro, entra di prepotenza tra le visioni più interessanti dell’anno cinematografico ancora in corso, merito del modo in cui vengono trattati argomenti piuttosto difficili da digerire, nel mondo multipolare e globalizzato che caratterizza la nostra società. Il protagonista di quest’opera, Dheepan, è parte attiva in una guerra civile che sta dissanguando lo Sri Lanka. L’unica via d’uscita è l’emigrazione in stati apparentemente più vivibili, ma per fare ciò ha bisogno di una sorta di lasciapassare. Ecco che perciò verrà accompagnato in questo viaggio da una donna e una bambina, due perfette sconosciute, che come lui hanno perso ormai tutto, e per garantirsi i documenti validi per espatriare e per vivere in un altro paese dovranno fingere di essere una famiglia. Arrivato in Francia, Dheepan diventerà il custode di una serie di palazzine situate in una periferia ormai abbandonata a se stessa. La convivenza in questo quartiere gestito di fatto dalla piccola criminalità organizzata metterà a dura prova la vita di queste tre personalità.


Audiard cerca di restituirci, tramite il suo sguardo, una condizione che mano a mano si fa sempre più asfissiante, optando per inquadrature in cui i personaggi sono sempre più schiacciati, spesso prigionieri di fessure che non lasciano tanta via di scampo, mentre nel quartiere il degrado imperversa col tacito assenso di tutta la comunità. Si sofferma poi, come ovvio che sia, sul rapporto che intercorre in questa famiglia improvvisata, riuscendo in maniera egregia a non scadere nel patetismo e nella retorica che un film del genere avrebbe potuto portare con sé, allargando il discorso sulla famiglia vista fondamentalmente come un nucleo artificiale che può però arrivare a scoprire i nervi dei componenti. Non a caso le scene più intense in questo contesto sono quelle dove le velleità di rendere questa famiglia vera, con tutto il bagaglio di sentimenti che la caratterizza, prendono il sopravvento. La ragazzina fuori dalla scuola che chiede alla madre di baciarla sulla guancia prima di entrare perché “tutte le altre mamme fanno così” è un’immagine molto potente e spiega bene questa volontà di affermarsi in maniera definitiva in un contesto familiare che sembrava ormai perduto per sempre. La riflessione del regista francese si muove in maniera frastornante, mettendo anche in discussione le promesse di una vita migliore che la Vecchia Europa ha da offrire a chi ha dovuto sopportare lutti, guerre e umiliazioni in altri paesi. Perché quella che trova Dheepan in Francia è una violenza più camaleontica, meno diretta e per questo più indecifrabile di quella che ha lasciato nella sua terra natia. Audiard gestisce in maniera impeccabile gli attori e gli spazi, con quest’ultimi che, come già detto, arrivano quasi a soffocare i protagonisti, affondando le mani in situazioni che aveva già avuto modo di scandagliare con “Il Profeta”, film che parla sostanzialmente delle stesse problematiche, in cui a farla da padroni sono gruppetti criminali che finiscono per condizionare la vita di persone estranee a certe logiche, le quali, come nel caso di Dheepan, si riscoprono capaci di azioni che pensavano appartenessero ormai al passato, un passato che torna sempre più prepotentemente a galla mettendo a dura prova una situazione già molto precaria. Adagiandosi su questa materia in bilico tra la speranza di una nuova vita e la disillusione che poi ne consegue, il cineasta francese si muove liberamente e a tratti quasi con un approccio neo-neorealista, insinuandosi in maniera rispettosa all’interno di questa famiglia e tenendo a mostrarci i tratti più umili e semplici di queste persone, grazie anche all’ottima prova dei protagonisti.


Nonostante la parte finale possa sembrare troppo rocambolesca, di fatto dà adito a quella stessa sensazione che pervade il film di stare a guardare un vaso pieno d’acqua che non può più resistere nemmeno all’urto di una piccola goccia. E quello che ne consegue è un fiume in piena che porterà Dheepan a fare i conti coi fantasmi del passato sanguinoso in Sri Lanka per poi cercare di traghettare la sua famiglia verso lidi più felici, con un guizzo d’autore che strizza l’occhio alla scena finale di uno dei capolavori di Michelangelo Antonioni. Un film quindi sicuramente da promuovere, che magari non segnerà questa stagione cinematografica ne’ quelle successive, ma che fa respirare l’idea di un cinema al tempo stesso solido e tenero, distaccato e magnetico, che dimostra di saper spaziare tra diversi registri senza minare però la coerenza e la credibilità della storia narrata, ma dandogli invece quel quid in più che rende la pellicola reale e d’impatto.


Martin Scortese

giovedì 30 ottobre 2014

BOYHOOD


Regia: Richard Linklater
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 166'
Attori protagonisti: Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette

Boyhood è un film ambiguo, da parte mia anche piuttosto difficile da decifrare. Mi sono rivisto in molte cose, in alcuni casi anche emozionato, per il semplice fatto che il film parli, inconsapevolmente, anche di me e di riflesso della mia generazione, quella che ha vissuto l’infanzia tra il finire degli anni 90 e gli inizi degli anni 00. Lo capiamo da tutti gli elementi culturali e sociali caratteristici di determinati periodi che Linklater, a volte anche troppo didascalicamente, dissemina per tutto il film. Da Harry Potter alla campagna elettorale che darà il via alla prima presidenza Obama. Ma non è questo il punto. Il film si concentra sulla vita di Mason dagli otto ai vent’anni. Figlio di genitori separati, resi al meglio da una Patricia Arquette ottima e da un Ethan Hawke convincente, riuscirà, dopo esperienze forgiatrici e batoste sentimentali e familiari, a dare vita a un nuovo sé stesso, a cercare di reinventarsi assecondando un mondo che, nel suo piccolo, riuscirà poi a capire.


Il modo delicato ed estremamente umano con cui il regista decide di dirigere questo film è sicuramente la nota più positiva, riesce, senza esasperare certi contesti (a parte in un caso, in cui è d’obbligo farlo) e senza ricercare la lacrimuccia facile, a farci entrare in empatia col protagonista. Una regia che non si lascia andare a virtuosismi di sorta ma che preferisce far parlare la quotidianità, per farci capire meglio cosa vuol dire sentirsi smarriti e soli in certe circostanze. Ne viene fuori un affresco piuttosto veritiero e sentito su cosa sia la vita, ma soprattutto su cosa sia l’esperienza, come relazionarsi con essa e come arrivare a comprenderla. Per chi non lo sapesse (ma penso che a questo punto anche i muri lo sappiano) ci sono voluti 12 anni (contratti poi in 39 giorni totali di riprese) per realizzare il film, per rendere al meglio, nei volti degli attori, la sensazione del tempo che passa, e rendendo così il cinema vita vera e propria, e quindi a sua volta esperienza totale.


Da non dimenticare poi che ci sono altri temi interessanti che vengono trattati nel film, dalla politica alla psicologia per arrivare poi all’importanza della scuola e in generale dell’insegnamento. Le riserve ritengo giuste spenderle sulla prova del protagonista del film che se all’inizio funziona egregiamente, merito anche della naturalezza con la quale certi bambini riescono a dialogare con la macchina da presa, diventa via via fiacca e anche un po’ irritante, visto che la sua interpretazione si eclissa e si arena con una recitazione sempre più passiva, al contrario degli altri personaggi che mutuano in figure più di spessore.


Nonostante tutto stiamo parlando di un buon film, probabilmente già nella storia del cinema per il modo in cui è stato realizzato, ma la resa, alla fine dei conti, non vale tutto lo sforzo fatto, perché se è vero che a grandi linee è un film molto maturo, è vero anche che pare che Linklater si adagi troppo e caschi in alcuni cliché che rischiano di vanificare, come già detto, il buon lavoro fatto. Ma il consiglio è di lasciarsi comunque trasportare dalla visione, riuscire a rendere noi parte di un’esperienza, quella di Mason, che inconsapevolmente abbiamo già vissuto per conto nostro. È impossibile, insomma, non rivedersi almeno un po’ con la figura di uno spirito alla ricerca della sua strada, quella che noi come lui stiamo ancora cercando o che, una volta trovata, dobbiamo decifrare fino in fondo, perché si ha certezza del passato e del presente, ma il futuro è sempre tutt’altra cosa.


Martin Scortese



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