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martedì 18 novembre 2014

INTERSTELLAR


Regia: Christopher Nolan
Origine: USA 
Anno: 2014
Durata: 169'
Attori protagonisti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Casey Affleck

Sì, lo so che su Interstellar ne avete sentite di cotte e di crude, che non si parla d’altro, tra chi lo innalza a capolavoro assoluto del genere e a chi lo boccia a prescindere. So anche, e soprattutto, di non essere d’accordo con nessuna della due tifoserie, anche perché Interstellar è sicuramente un film imperfetto, ma allo stesso tempo molto affascinante e audace (che di questi tempi non fa mai male). E fa ridere che per cercare di smontarlo si tenti di fare perizie minuziose su quanto siano attendibili o meno le tesi scientifiche che sono disseminate in tutta la pellicola. Fondamentalmente, cosa vi sfugge della parola Fantascienza? Con ragionamenti simili praticamente ogni film di questo genere dovrebbe essere una cagata, e per fortuna così non è.


Il film è incentrato sulla figura di Cooper, interpretato da un gran Matthew McConaughey, padre di famiglia che vive insieme ai suoi figli in questa fattoria che risente delle condizioni critiche in cui versa il pianeta Terra: il grano non si produce più e di lì a poco la stessa sorte toccherà al mais. L’uomo va incontro all’estinzione, insomma. Per una serie di circostanze misteriose, il protagonista, da ingegnere e da ex pilota militare, si ritroverà a capo di una spedizione finanziata dalla NASA (ormai diventata una vera e propria società segreta, vista la diffidenza dell’umanità, che come abbiamo già detto versa in condizioni agricole disastrose, in progetti interspaziali come questo) volta a trovare nuovi pianeti su cui far emigrare le persone della Terra costrette a un’esistenza al limite dell’apocalittico. Da qui nasce la profonda frattura tra Cooper e la figlia, che non gli perdonerà di aver accettato di far parte di una missione pericolosissima che rischierà di allontanarli per sempre.


Il tema importante del film, al di là di tutte le divagazioni scientifiche, è il viaggio, o meglio ancora la scoperta. Il sondare aspetti della propria personalità spinti al limite, in un contesto beffardamente tranquillo e soave, in cui il tempo è tiranno in tutti i sensi, in cui si entra in empatia con le altre persone coinvolte in questo straordinario viaggio. Nolan decide di optare spesso per un sguardo documentaristico, volutamente “sporco” oserei dire, che dà forza visiva al film, completamente fuori da certe patine stilistiche adottate da altri film del genere usciti negli ultimi anni. Si sono sprecati paragoni tra questo film e l’opera massima di quel signorino che fu Stanley Kubrick, vale a dire 2001: Odissea nello spazio. È un paragone un po’ forzato, visto che sono due film che inevitabilmente, anche involontariamente, si toccano ma che proseguono nel loro discorso in maniera totalmente differente. Più che altro è il paragone con Incontri ravvicinati del terzo tipo (Steven Spielberg, 1977) che mi sembra più calzante, in cui la curiosità, e a tratti anche la morbosità, verso l’ignoto e il misterioso sono la spina dorsale dei due lungometraggi (tant’è che finali dei due film corrono più o meno nella stessa direzione). Parliamo sempre di padri di famiglia che lasciano tutto, pur di seguire un’idea. È un peccato perciò quando Interstellar scade in facili e patetici sentimentalismi in alcuni dialoghi della Hathaway, che sembrano usciti fuori da tutt’altro film, visto anche il modo delicato, umano e commovente con cui Nolan, al contrario, ci abitua trattando dello splendido rapporto tra Cooper e Murph, vale a dire la figlia. Un rapporto sovvertito da un tempo che darà vita a una scena intensissima in cui padre e figlia (interpretata da adulta da una sempre splendida e bravissima Jessica Chastain, di cui io e Isaia Panduri siamo vergognosamente innamorati) si guarderanno da uno schermo avendo la stessa età. 


Lo spettacolo vero e proprio Nolan ce lo riserva nel finale, in cui il coinvolgimento è pressoché totale e in cui il mistero delle leggi che regolano il mondo sembra più facile di quello che è, ricordando anche il racconto La lettera trafugata di Edgar Allan Poe, dove si cerca, si smania per trovare qualcosa, per abbattere quei “fantasmi” che alla fine siamo noi e solo noi possiamo affrontare. Tutto l’ingresso di Cooper nel buco nero è intensissimo, visivamente affascinante, e siamo lì con lui e come lui facciamo esperienza di questo luogo misterioso, che ci si presenta però come un vero e proprio libro aperto, che fa da teatro al definitivo passaggio di testimone tra padre e figlia. E poi? Poi la passione, l’amore per qualcosa, l’amore in generale, spinge Cooper verso il non-conosciuto, ancora una volta, in barba a chi ci ha insegnato a guardare nel fango e a non alzare più la testa.


Martin Scortese


venerdì 24 ottobre 2014

AUTÓMATA

 

Regia: Gabe Ibáñez
Origine: USA/Spagna
Anno: 2014
Durata: 110'
Attori protagonisti: Antonio Banderas

Essere cresciuto tra Asimov, Kenshiro e Blade Runner mi ha reso particolarmente sensibile nei confronti degli scenari post apocalittici e delle storie con intelligenze artificiali che interagiscono con l’uomo, per questo motivo quando ho visto il trailer di Autómata non mi sono potuto tirare indietro più di tanto. Tra l’altro il mio subconscio era ormai convinto che Antonio Banderas avesse fatto per tutta la vita pubblicità della Mulino Bianco, quindi forse era meglio dargli la possibilità di tornare nella categoria “attori”.


Il perno della storia sono “i due protocolli”, una sorta di corrispondente delle “tre leggi della robotica” di Asimov:

Un robot non può danneggiare alcuna forma di vita. 
Un robot non può modificare sé stesso o altri robot.

Gli aficionados di queste tematiche non saranno sorpresi dal fatto che, ovviamente, uno dei protocolli verrà infranto (ricordate I, Robot vero?), nello specifico parliamo del secondo, quello che permetterebbe a uno di questi Autómata Pilgrim 7000 non soltanto di auto ripararsi ma anche di migliorarsi, di acquisire conoscenze e competenze, potenzialmente senza alcun limite.


In questo contesto si muove Jacq Vaucan, interpretato da un buon Banderas, un assicuratore della ROC. Se il tuo robot non funziona, Vaucan arriva a casa tua, fa una revisione al giocattolo e ti dice che tutto funziona e quindi la ROC non ti paga, semplice. Quando però assiste coi suoi occhi a una violazione del secondo protocollo inizierà a investigare andando alla ricerca di un fantomatico orologiaio, sicuramente colpevole dell’illegale quanto impossibile modifica al biokernel degli automi. A tutto ciò aggiungete il boss della ROC che lo vuole morto, una moglie incinta e un Autómata illegalmente modificato per essere utilizzato in un bordello abusivo. È la classica storia sul legame uomo-macchina, su quanto la società dipenda dalla tecnologia e sul fatto che Frankenstein lo abbiamo fatto nascere noi e quindi non dovremmo lamentarci.


Il film procede a ritmo lento ma costante. Non ci sono corse mozzafiato, se non in un paio di frammenti, o colpi di scena che spiazzano lo spettatore, si tratta più di una ricerca di immagini volte a far riflettere e in qualche caso a turbare. La trama a un certo punto sembra diventare un semplice pretesto per far interagire i personaggi: gli Autómata hanno una missione da compiere, non è neanche ben chiaro quale sia questa missione ma non bisogna far l’errore di vederlo con un punto di rottura nella trama. È la stessa Cleo, la robo-prostituta, a rispondere che “tanto non capiresti” a un malconcio Banderas in cerca di spiegazioni.


Non si tratta di un capolavoro ma non è sicuramente un film che merita le critiche di vuotezza che sta ricevendo un po’ da tutti. L’accostamento al film cult di Ridley Scott oltre a essere inutile risulta anche fuori luogo, si tratta infatti di pellicole che utilizzano strumenti diversi per arrivare a conclusioni simili ma non uguali. Autómata è un film minimale, sia nei dialoghi che nelle ambientazioni, ma non per questo scarno. Una critica può essere mossa ai personaggi secondari (terziari?), affidati a attori di poco spessore, ma Melanie Griffith e Robert Forster spiccano pur facendo poco. In generale si tratta di un buon film, su qualcosa magari di già visto ma ben presentato e che vale la pena vedere.





Ingmar Bèrghem

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