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domenica 29 novembre 2015

DHEEPAN


Regia: Jacques Audiard
Origine: Francia 
Anno: 2015 
Durata: 109'
Attori principali: Jesuthasan Antonythasan, Kalieaswari Srinivasan

L’ultima pellicola di Jacques Audiard, premiata nell’ultima edizione del Festival di Cannes con la Palma d’oro, entra di prepotenza tra le visioni più interessanti dell’anno cinematografico ancora in corso, merito del modo in cui vengono trattati argomenti piuttosto difficili da digerire, nel mondo multipolare e globalizzato che caratterizza la nostra società. Il protagonista di quest’opera, Dheepan, è parte attiva in una guerra civile che sta dissanguando lo Sri Lanka. L’unica via d’uscita è l’emigrazione in stati apparentemente più vivibili, ma per fare ciò ha bisogno di una sorta di lasciapassare. Ecco che perciò verrà accompagnato in questo viaggio da una donna e una bambina, due perfette sconosciute, che come lui hanno perso ormai tutto, e per garantirsi i documenti validi per espatriare e per vivere in un altro paese dovranno fingere di essere una famiglia. Arrivato in Francia, Dheepan diventerà il custode di una serie di palazzine situate in una periferia ormai abbandonata a se stessa. La convivenza in questo quartiere gestito di fatto dalla piccola criminalità organizzata metterà a dura prova la vita di queste tre personalità.


Audiard cerca di restituirci, tramite il suo sguardo, una condizione che mano a mano si fa sempre più asfissiante, optando per inquadrature in cui i personaggi sono sempre più schiacciati, spesso prigionieri di fessure che non lasciano tanta via di scampo, mentre nel quartiere il degrado imperversa col tacito assenso di tutta la comunità. Si sofferma poi, come ovvio che sia, sul rapporto che intercorre in questa famiglia improvvisata, riuscendo in maniera egregia a non scadere nel patetismo e nella retorica che un film del genere avrebbe potuto portare con sé, allargando il discorso sulla famiglia vista fondamentalmente come un nucleo artificiale che può però arrivare a scoprire i nervi dei componenti. Non a caso le scene più intense in questo contesto sono quelle dove le velleità di rendere questa famiglia vera, con tutto il bagaglio di sentimenti che la caratterizza, prendono il sopravvento. La ragazzina fuori dalla scuola che chiede alla madre di baciarla sulla guancia prima di entrare perché “tutte le altre mamme fanno così” è un’immagine molto potente e spiega bene questa volontà di affermarsi in maniera definitiva in un contesto familiare che sembrava ormai perduto per sempre. La riflessione del regista francese si muove in maniera frastornante, mettendo anche in discussione le promesse di una vita migliore che la Vecchia Europa ha da offrire a chi ha dovuto sopportare lutti, guerre e umiliazioni in altri paesi. Perché quella che trova Dheepan in Francia è una violenza più camaleontica, meno diretta e per questo più indecifrabile di quella che ha lasciato nella sua terra natia. Audiard gestisce in maniera impeccabile gli attori e gli spazi, con quest’ultimi che, come già detto, arrivano quasi a soffocare i protagonisti, affondando le mani in situazioni che aveva già avuto modo di scandagliare con “Il Profeta”, film che parla sostanzialmente delle stesse problematiche, in cui a farla da padroni sono gruppetti criminali che finiscono per condizionare la vita di persone estranee a certe logiche, le quali, come nel caso di Dheepan, si riscoprono capaci di azioni che pensavano appartenessero ormai al passato, un passato che torna sempre più prepotentemente a galla mettendo a dura prova una situazione già molto precaria. Adagiandosi su questa materia in bilico tra la speranza di una nuova vita e la disillusione che poi ne consegue, il cineasta francese si muove liberamente e a tratti quasi con un approccio neo-neorealista, insinuandosi in maniera rispettosa all’interno di questa famiglia e tenendo a mostrarci i tratti più umili e semplici di queste persone, grazie anche all’ottima prova dei protagonisti.


Nonostante la parte finale possa sembrare troppo rocambolesca, di fatto dà adito a quella stessa sensazione che pervade il film di stare a guardare un vaso pieno d’acqua che non può più resistere nemmeno all’urto di una piccola goccia. E quello che ne consegue è un fiume in piena che porterà Dheepan a fare i conti coi fantasmi del passato sanguinoso in Sri Lanka per poi cercare di traghettare la sua famiglia verso lidi più felici, con un guizzo d’autore che strizza l’occhio alla scena finale di uno dei capolavori di Michelangelo Antonioni. Un film quindi sicuramente da promuovere, che magari non segnerà questa stagione cinematografica ne’ quelle successive, ma che fa respirare l’idea di un cinema al tempo stesso solido e tenero, distaccato e magnetico, che dimostra di saper spaziare tra diversi registri senza minare però la coerenza e la credibilità della storia narrata, ma dandogli invece quel quid in più che rende la pellicola reale e d’impatto.


Martin Scortese

sabato 23 maggio 2015

YOUTH


Regia: Paolo Sorrentino
Origine: Italia, Francia, Svizzera, UK
Anno: 2015
Durata: 118'
Attori protagonisti: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda

Fred e l'amico Mick si ritrovano in un centro benessere per persone ricche in Svizzera. Entrambi fanno i conti con la propria vecchiaia. Fred però, a differenza di Mick ha ancora voglia di gridare al mondo la propria arte. Ha voglia di dare un'ultima volta dimostrazione del proprio talento.


Il film come era prevedibile ha diviso la critica in modo netto. C'è chi usa parole come “fesseria” e chi “meraviglia”. La verità quando si tratta di un opera dalle scelte così radicali non può stare nel mezzo. La verità sta nella porzione di target nella quale noi persone meglio scegliamo di stare. Perché è ovvio che i produttori del film pensavano a un target ben preciso al quale possiamo tranquillamente non appartenere. Io, Isaia Panduri, non sono una di quelle persone che si diverte davanti a Bay, a Muccino, a Ozpetek e a questo film qua.


Vi spiego. Io voglio tanto bene a mio zio Gino, ma purtroppo lui è un fanatico delle lezioni di vita. Di qualsiasi cosa tu stia parlando lui è lì pronto a darti la sua preziosa opinione, a raccontarti un aneddoto in proposito; quella volta in cui si è comportato come si deve, quell'esempio di come le cose della vita vanno prese. Ogni sua frase inizia con, “Isaia, devi capire che nella vita...”. Io vorrei ogni giorno ricevere lezioni, ma non le voglio scolpite sul marmo. Non le voglio da chi si pone su di un piedistallo. Non le voglio sopratutto da gente che cosa ha più di me e di te che stai leggendo? (I soldi) Niente. Come dice Mick stesso.


Fred e Mick stanno nel centro benessere senza fare niente. Nessun personaggio della pellicola fa niente. L'unico che fa qualcosa è il monaco tibetano che cerca di levitare, e cosa fa? Niente. Fred ha una bellissima figlia che non fa niente, appena lasciata dal compagno (figlio di Mick) perché poco abile a letto. Questo ci viene solo detto (magari una scena della Weisz sotto le lenzuola!). Insomma in Youth si parla soltanto di cose fatte e di cose che si avrebbe o non si avrebbe voglia di fare. Si parla di rimpianti, tema scelto furbescamente in quanto nervo scoperto di ogni essere umano. Ma si toccano TUTTI i grandi temi. In caso qualcuno in sala non ne avesse di rimpianti. Se ne parla fino alla nausea attraverso aforismi, frasi ad effetto, citazioni altissime, dialoghi e monologhi che si vorrebbero intensi. E non è solo l'arroganza a dare fastidio, ma è l'incoerenza di molte affermazioni. Tutti hanno in almeno un dialogo il proprio momento di gloria, mantenere l'equilibrio tra le conversazioni “vinte” e “perse” da ogni personaggio è quello che conta davvero per Sorrentino.


Visivamente il film è straordinario. È un'infinita pubblicità di Dior, un infinito videoclip di Breath dei Telepopmusik. Se i protagonisti non svolgono nessuna azione gli altri che popolano il centro benessere DAVVERO non fanno niente. Non parlano, non respirano, non si muovono o si muovono stanchi o con movimenti automatici (in una scena una ragazza del personale del centro fa da tornello, fungendo da guida all'interno di un percorso banalissimo. I corpi nudi sono delle macchine in coda, con all'interno un pilota ormai incapace di condurre il proprio corpo anche attraverso i percorsi più semplici). Sono poco più che manichini, sono tutti vecchi o sgraziati o squallidi. La poetica della caducità delle cose nel nostro millennio potrebbe avere queste immagini (non originalissime magari, ma almeno parlano di qualcosa).


Si è sollevato in giro il tema del dualismo “forma & contenuto”. Per Lee Marshall in Youth “la forma è sostanza”. Ma cos'è la forma e cosa è la sostanza? Questo è un film ben scritto per il linguaggio forbito? Pensare a una serie infinita e sconnessa di frasi da Smemoranda senza mai occuparsi di inserirle in una narrazione (o di creare una narrazione) può chiamarsi scrivere? Ammettiamolo, una puttanata come “nella vita ho capito che esistono i belli e i brutti, nel mezzo ci stanno i carini” l'avremmo tollerata da Fabio Volo? La scrittura di un film ne costruisce la forma tanto quanto la regia, o no?


Le statuette dell'Accademy non sono quasi mai solo un premio al merito. Spesso si tratta di lanciare un personaggio, si tratta di capire bene su cosa investire. E Sorrentino sapeva d'essere solo carne da macello per i produttori americani. Non sappiamo quanto sia stato libero di agire e quanto venga dal cuore. Sappiamo però che quelli che erano considerati dalla critica più schizzinosa i difetti maggiori de La grande bellezza (l'eccessivo barocchismo e la verbosità. Elementi di disturbo presenti ma marginalissimi) sono ora le caratteristiche salienti di Youth. A noi l'arte su commissione piace, a noi di Ladri non interessa che il film sia 100% d'autore o particolarmente sentito da parte del regista. A noi interessano i bei film. E Youth è un film furbo, è una pellicola diretta da dio, come diretti da dio sono gli spot dei profumi e delle auto. Il fatto è che qua si vende solo fumo.






Isaia Panduri

giovedì 23 aprile 2015

MIA MADRE


Regia: Nanni Moretti
Origine: Italia, Francia
Anno: 2015
Durata: 106'
Attori protagonisti: Margherita Buy, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, John Turturro

Che vi piaccia o meno, Nanni Moretti è tornato. E pure in grande spolvero. Il suo dodicesimo lungometraggio, in concorso a Cannes quest’anno insieme ai nuovi di Garrone e Sorrentino, è una bella spina nel fianco, in senso positivo ovviamente. Eh sì, perché Moretti è riuscito a tirar su probabilmente uno dei suoi film più belli e toccanti. Un film che ti rimane addosso, ti abbandona e poi torna prepotentemente a farti riflettere. Per dire, tornato a casa dopo essermi gustato questo film al cinema la prima cosa che ho fatto, automatica, è stata quella di parlarne con mia madre, per poi abbracciarla. È anche questa la magia del cinema. La pellicola è incentrata sulla figura di Margherita (interpretata da una bravissima Margherita Buy), una regista in crisi d’identità, a cui il destino pare accanirsi contro: le riprese del suo nuovo film non vanno a gonfie vele, ha appena interrotto una relazione amorosa, ma soprattutto apprende che la madre, già in condizioni fisiche non eccellenti, è sul punto di morire. Verrà sostenuta in questa esperienza dal fratello, interpretato da Nanni Moretti.


Il Nanni nazionale in questo film decide di sdoppiarsi, perché se è vero che dà corpo al fratello di Margherita, è anche vero che il suo reale alter ego sullo schermo sia proprio Margherita. Un taglio ancora una volta autobiografico adottato dal regista romano, che qui si trova a fare i conti con i fantasmi di una mamma scomparsa e che ha significato molto per lui. È però questo stratagemma dello sdoppiamento a funzionare e a dare linfa al film, quasi volesse fare il grillo parlante di sé stesso, seguendo la sorella, confortandola, aiutandola nella cura della madre. Tutto ciò all’interno di un’atmosfera che oscilla sempre, e mai in maniera pesante, tra passato e presente, tra ricordi e l’attuale realtà molto amara. Giulia Lazzarini, grande attrice di teatro, interpreta in maniera impeccabile il ruolo della madre, a cui si inizia a voler bene già dal primo frame. Una madre con un passato da insegnante di latino che ora si diletta a fare ripetizioni a sua nipote. Da qui nascono anche riflessioni, come ovvio che sia, su cosa accada dopo la morte, o meglio cosa accada al bagaglio di esperienze accumulate fino a quel momento, agli anni di insegnamento della madre, ai libri conservati. A cosa accadrà a lei, a Margherita. 


Molto interessanti sono anche considerazioni sul cinema stesso, sui problemi in cui può imbattere una troupe, tra luci che non soddisfano e un attore americano vulcanico e smemorato (interpretato da uno straripante John Turturro), ma anche lui con i suoi scheletri nell’armadio; ma soprattutto il problema dell’accondiscendenza a priori di cui è vittima un regista, che arriverà alla conclusione che “il regista è uno stronzo a cui voi permettete di fare ogni cosa”, con una Margherita sull'orlo di una crisi di nervi. Scusate se è poco. Dal punto di vista tecnico questa pellicola è una delle più curate della filmografia morettiana, con una bellissima fotografia e una regia che si adagia quasi con rispetto sull’argomento trattato, e si vede proprio che è un tema che Moretti sente molto e che lo ha segnato. La morte è un argomento che fu sviscerato dal regista già ne “La Stanza del figlio”, in questa nuova pellicola però più che la morte in sé è analizzata la preparazione alla scomparsa di una persona cara e quali sono gli effetti sulla vita di tutti i giorni.


Preparatevi anche a piangere con questo film, che ha il gran merito però di non cercare la lacrimuccia facile. La lacrima arriva sempre nei momenti più profondi, dove bastano poche parole per far capire cosa voglia dire non accettare una situazione del genere. Le lacrime arrivano soprattuto alla fine del film a coronare un film davvero bellissimo; subito dopo in sala c’è silenzio da parte degli altri spettatori, io sono il primo a uscire perché la virilità maschile forgiata a immagine e somiglianza di Vin Diesel impone che non sia molto macho farsi vedere con gli occhi gonfi in pubblico. Salgo sul mio motorino e automatico il mio pensiero rimbalza dal finale di “Mia madre” alla scena di “Aprile” in cui Moretti viaggia sopra la sua Vespa con un metro sulla mano destra e misura la vita che gli resta. Proprio perché sono due scene che mettono in luce due modi simili di affrontare la vita. Perché accanirsi contro il presente, stare male, soffrire quando c’è comunque quella flebile speranza che ci permette di buttare tutte queste cose dietro alle spalle? Quella speranza chiamata “domani”.


Martin Scortese

martedì 31 marzo 2015

FOXCATCHER


Regia: Bennett Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 134'
Attori protagonisti: Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo

Uscito questo mese nelle sale italiane con grande ritardo, Foxcatcher è uno dei migliori film del 2014, vincitore del premio alla regia nell’ultima edizione del Festival di Cannes ma snobbato pesantemente agli ultimi Oscar, quando probabilmente avrebbe meritato più di una statuetta. Il film narra le vicende realmente avvenute che hanno coinvolto due fratelli campioni olimpici, Mark e Dave Schultz, e John E. du Pont, con un epilogo che non sto qui a svelarvi. In primis bisogna dire che Bennett Miller è in assoluto uno dei registi americani con più talento in circolazione, un talento già espresso nei suoi due film precedenti, ovvero “Capote” e “Moneyball”. In questa sua ultima fatica riesce a sublimare il suo stile e a renderci partecipe di una vicenda solo apparentemente distaccata da noi, grazie anche a un uso più che mai funzionale di campi lunghi a dir poco glaciali, oppure optando per immagini e movimenti di macchina che rendono i soggetti inquadrati sfuggenti.


La tensione che si percepisce in questa pellicola è tale che si ha l’impressione che un niente possa far precipitare la situazione. Un film di certo fastidioso, perché qui il tanto declamato sogno americano ha la parvenza di un vero e proprio incubo, di un morbo che si impossessa dei protagonisti senza più lasciarli e spremendoli fino all’ultima goccia di sudore o fino all’ultima parvenza di razionalità. Le prove dei tre attori sono spettacolari; Channing Tatum esprime al meglio, tramite la sua fisicità soprattutto, la foga agonistica nel cercare di riuscire in competizioni sportive, la voglia di sacrificarsi ma anche la ricerca di una figura di riferimento che possa guidarlo. Mark Ruffalo si riconferma tra gli attori più sottovalutati della sua generazione, interpretando un fratello troppo vicino ma anche troppo distante, facendo da ago della bilancia a una situazione, per l’appunto, sempre precaria. Ma da elogiare ovviamente è anche la prova di Steve Carell, che grazie anche a un trucco impeccabile, compie la metamorfosi nei panni di John E. du Pont, un personaggio che si insinua misteriosamente nelle vite dei due fratelli, alla ricerca in questo caso di una figura da ammaestrare e da formare a proprio piacimento. Miller si concentra sul rapporto tra questi tre personaggi in maniera impeccabile, mostrando fatica, sudore, cadute, infamie e una certa dose di morbosità repressa, ma anche la volontà di distaccarsi in maniera definitiva da un passato troppo invadente. Du Pont, nel quadro generale, rappresenta più di tutti la crisi dei valori americani dell’epoca, contraddistinta da una facciata rassicurante, pulita, ottimista ma che solo a confronto con altre realtà umane in difficoltà mostra il suo vero volto. E l’unico modo per tentare di attuare una sorta di catarsi è lottare, gli unici luoghi sacri sono la palestra e il ring. Si sfocia in scene in cui andare al tappeto ed essere sconfitti è il solo modo per tentare di reagire a una vita che sfugge sempre di più fra le mani, e non è un caso che Jake La Motta, ad esempio, si facesse picchiare brutalmente in alcuni incontri per la scarsa considerazione che aveva di sé.


È un’America nera e che fa fatica a riconoscersi quella che mette in scena Miller, senza troppi giri di parole, ma più che altro facendo parlare le immagini, gli sguardi, il tutto amalgamato con musiche ad hoc e una fotografia impeccabile, all’interno di una cornice desolata e desolante. Un’America che perde le coordinate e non riesce più a dare priorità alle cose importanti; la famiglia e gli affetti sono subordinati alla voglia di imporsi sportivamente, ed è qui invece che il personaggio interpretato da Ruffalo pare rappresentare un punto di rottura decisivo. Le scene di lotta sono girate con maestria assoluta, così come una delle scene clou in cui c’è semplicemente Channing Tatum che pedala al massimo su una cyclette, per poi arrivare alla parte finale dove le parole si fanno rarefatte perché nulla può essere più pensato. Si esce dalla visione di questo film con un senso di vuoto incredibile, spaesati e senza sapere dove andare a sbattere la testa, sia per la bellezza propria della pellicola che per l’epilogo della storia. Rimane solo il silenzio, nostro e dei protagonisti, a colmare uno dei film più disturbanti e in qualche modo fastidiosi della scorsa stagione cinematografica, e senza dubbio la pellicola migliore che Miller abbia fatto fino ad ora, sperando che possa continuare in questo percorso che, a questo punto, potrebbe regalare ancora molte soddisfazioni.


Martin Scortese


mercoledì 21 gennaio 2015

AMERICAN SNIPER


Regia: Clint Eastwood
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 132'
Attori protagonisti: Bradley Cooper, Sienna Miller

La pellicola è divisa in scaglioni: alcuni pro-arruolamento e altri pure. Solo che a un certo punto ci viene suggerito che, in caso tu tornassi a casa più scemo di quando eri partito c'è sempre la riabilitazione. Che consiste nell'alleviare la crisi d'astinenza da morte degli altri reduci. Sparando. All'inizio vediamo quindi sto parallelepipedo folgorato dallo spirito patriottico nel bel mezzo dei migliori anni della sua inutile vita. La preparazione coi SEAL che è da sbellicarsi dal ridere ( un ragazzino qualsiasi di una periferia qualsiasi a 'sti quattro rincoglioniti farebbe il culo, diciamolo). Poi la N O I O S I S S I MA guerra in cui non si capisce cosa fanno, perché lo fanno, come fanno a fare le cose che fanno e perché scoprono che “Oh, è arrivato il momento di fare sta cosa qua”. Le scene in cui Kyle spara sarebbero salvabili (anche se dai minuti iniziali ci si aspetterebbe molto di più)  ma per quale cazzo di motivo il colpo da maestro, quello su cui verte la vicenda (non si capisce perché ma mi fido) viene girato in un ralenti goffo, con un immotivato Bullet Time? Che però si limita a tracciare i primi due dei duemila metri del colpo. Proprio così, tanto per metterlo.


Parliamo del matrimonio. Un approccio al bar che manco OC e poi subito un immediato e immotivato amore. Per quanto lui non sia il solito Seal lei sa benissimo a cosa va incontro. Nonostante ciò “Ti tocco, ti vedo ma non sei qua con noi” è l'unica frase che gli sceneggiatori hanno messo in bocca alla moglie. Moglie dipinta come un'egoista, stupida, frustrata merda schifosa. Ci fosse una volta in cui si preoccupi per la salute mentale del marito!


E quando poverino inizia a sentire la mancanza della guerra? Ecco a voi un pathos e uno studio della psicologia umana degno di "Squadra speciale cobra 11" e "Il Commissario Rex". Questa fase è peggio della più brutta pubblicità progresso del governo. Non so come si potrebbe descrivere meglio (la scena del televisore spento! IHIHIHIHIH). Si potrebbe parlare poi dei bambolotti che le madri cullano, del fatto che la Miller riesca ad allattare unplugged, della CG di disarmante dozzinalità e del ripugnante finale, ma meglio non entrare nei particolari.


Ok, si capisce che da qualche parte ci sta la “critica alla guerra” ma la tesi che questo sia un film “contro la guerra” non può che essere sostenuta in modo maldestro. Due ore di prepotente cattivo gusto per arrivare al finale con (se tutto va bene) una sterile lacrimuccia. Una storia (quella dei traumi post-guerra di un uomo che ha ucciso duecentocinquanta persone) che dovrebbe far riflettere. Cattivo gusto perché s'è deciso invece che Kyle deve farci pena per forza. Ogni battuta sembra la prima cosa che a ogni essere privo di interesse verso i fatti della vita possa venire in mente. E Clint Eastwood  mentre il film veniva girato era da qualche altra parte. Ma questo è fin troppo ovvio.


Isaia Panduri

domenica 28 dicembre 2014

MOMMY


Regia: Xavier Dolan
Origine: Canada
Anno: 2014
Durata: 134'
Attori protagonisti: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément

Dopo cult-movie come J'ai tué ma mère e Tom à la ferme è finalmente arrivata in Italia la quinta fatica di Xavier Dolan alla regia. Accolto trionfalmente a Cannes dove ha vinto il premo della giuria, la pellicola racconta la storia di una madre single che si trova ad affrontare da sola la crescita del figlio quindicenne assai problematico. In suo soccorso arriverà una vicina che rivoluzionerà le loro vite portando una serenità effimera.



Dopo aver affrontato l'argomento madre-figlio nel suo sorprendente film d'esordio, J'ai tué ma mère, il regista canadese ci riprova con questa sua nuova opera. È un film che riprende temi già affrontati dallo stesso regista ma lo fa in maniera nuova e da altre prospettive, aggiungendo nuove esperienze. Non è più solo rapporto a due tra genitore e figlio. Si aggiunge una terza figura che dà ancora più spessore al racconto risultando alla fine la personalità più interessante. Siamo di fronte a scelte coraggiose anche dal punto di vista puramente cinematografico già dalla scelta del formato, non il solito 16:9 ma un'inquadratura quasi 1:1 che permette di vedere quasi sempre massimo un protagonista alla volta come a rappresentare la mancanza di visuale sul futuro dei tre e dando un senso di chiuso allo spettatore. Solo nelle uniche due scene di serenità tutti i protagonisti sono ripresi insieme. Il solo momento in cui sembra esserci un avvenire non scritto lo schermo diventa a grandezza standard. Ben presto, causa ritorno all'isolamento interiore di ognuno, si ritorna alla visione claustrofobica 1:1.



In questo film ci sono tutti i sentimenti che la vita racchiude. Si ride, si piange, si pensa, ci si incazza. La forza assoluta di Dolan è quella di non limitarsi a raccontare una storia ma quella di far entrare l'obbiettivo dentro l'animo delle persone che racconta. È un viaggio al loro interno ma anche nel nostro. Ottima prova di tutto il cast, a partire dal giovane Pilon, perfetto nei sui scatti d'ira, per arrivare alla balbuziente Dorval, di sicuro la miglior interpretazione, passando per la Clément. Si ha come l'impressione che il regista abbia modellato a proprio piacimento gli attori come farebbe un artista con la creta. Quello che più impressiona è come a soli 25 anni abbia ormai acquisito tutti i mezzi tecnici per entrare così in profondità nell'animo umano. La sua forza è quella di non accontentarsi del convenzionale ma neanche di cercare qualcosa di stupefacente a tutti i costi, di rendere il tecnicismo funzionale alla storia e non fine a sé stesso. Se tre indizi fanno una prova qua siamo già al quinto. Ci troviamo al cospetto di un grande autore e regista. Di certo questo film è entrato di diritto nella personale top 5 del 2014.




Al Barbone

martedì 23 dicembre 2014

FURY


Regia: David Ayer
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 134'
Attori protagonisti: Brad Pitt, Shia LaBeouf

Nuova fatica per il regista americano Ayer che si cimenta con una dei temi preferiti della produzione hollywoodiana, il film di guerra. Siamo alle battute finali della Seconda Guerra mondiale con l'esercito tedesco pronto a resistere fino all'ultimo e gli alleati ormai prossimi alla vittoria. Malgrado questo la storia ha bisogno di eroi, in questo caso Brad Pitt, al comando del carro armato Fury e il suo equipaggio composto da altri quatto uomini.


Ci troviamo di fronte a una pellicola che ha intenti chiari: mostrarci l'orrore della guerra, il cameratismo tra l'equipaggio e il coraggio degli americani che hanno salvato il mondo. Peccato che il tutto sia fatto in maniera retorica e senza creare la minima empatia tra lo spettatore e i protagonisti. Per rappresentare il brutto della guerra non basta far schiacciare cadaveri dal carro armato o rendere verosimili le uccisioni. I personaggi non sono per nulla caratterizzati e tutto è lasciato in superficie. Non ci si spiega perché avere un bravo attore come Pitt, imbruttito ad arte nel fisico, e poi fargli fare la stessa espressione per tutto il film. Anche i rapporti tra i vari componenti dell'equipaggio sono stereotipati con la recluta che viene presa di mira all'inizio e poi adottata.


Dispiace per la resa finale perché alcuni spunti che facevano ben sperare c'erano. Il considerare il carrarmato come casa e il ripetersi come un mantra da parte dei protagonisti che la guerra è il miglior lavoro. Da questo film non si pretendeva di rivoluzionare il genere ma almeno di rispettarne i canoni. Siamo ben lontani dai capolavori che hanno fatto delle pellicole di guerra spesso dei cult movie. A dire il vero qua siamo lontani anche dalla sufficienza.




Al Barbone

mercoledì 17 dicembre 2014

GONE GIRL


Regia: David Fincher
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 149'
Attori principali: Ben Affleck, Rosamund Pike

Nick (Ben Affleck) torna a casa il giorno dell'anniversario di matrimonio senza la minima idea di cosa regalare alla moglie, che però sembra scomparsa nel nulla. Anche se preoccupato Nick non sembra sorpreso, sa che il matrimonio è giunto ormai alla fine e conosce benissimo il forte temperamento di Amy (Rosamund Pike). Inizia un'indagine personale che getta una nuova luce sul suo matrimonio.


Da Zodiac in poi, David Fincher ha in sostanza girato lo stesso film. Lunghe “parti” di narrazione interrotte da piccole scene, quasi degli sketch che fanno da snodo. Momenti topici sottolineati dal fantastico lavoro di Trent Reznor (in coppia con Fincher solo negli ultimi tre e con The Social Network vincitore dell'Oscar per la migliore colonna sonora nel 2011). I toni si alzano. I personaggi dopo ogni svolta sono sempre un po' cambiati, sempre meno ottusi, sempre più aperti a considerare ogni eventualità dell'inchiesta. Fincher, che nella sua carriera ha sempre avuto modo di sperimentare generi e stili s'è come standardizzato. Il metodo, dobbiamo dirlo, funziona. Anche perché a quest'impianto si va ad aggiungere un grandissimo gusto per scenografia e fotografia. Una grande cura per i personaggi secondari, tutti distinguibili e tutti con dietro una storia di vita fatta per essere esplorata. Ogni sequenza è sempre ricca di particolari, di gesti che contribuiscono a rendere credibile il mondo creato nei suoi thriller.



A tenere in piedi quest'ultimo lavoro è però solo la struttura. La performance dei due coniugi Affleck e Pike, fa in modo che il film fili liscio e incuriosisca (quasi) fino alla fine. Affleck è distratto, ironico e superficiale. Non sembra mai interessato alla sparizione della moglie fino a quando il fatto non lo tocca in primissima persona. È una zona grigia tra thriller e commedia che Affleck interpreta benissimo. La voce della Pike invece è sempre fuori campo, anche quando non sembra. È robotica, è eccessivamente controllata. È fastidiosa. Non è possibile recitare così. Le nostre perplessità vengono chiarite a metà film, quando la vicenda si mostra per quella che è. Evitando di anticipare troppo possiamo dire in modo abbastanza obbiettivo che è da questo momento in poi che la storia non tiene. Non c'è crescita, non c'è consapevolezza. Tutto viene “mostrato” così com'è e niente ci viene spiegato. Sembra che Amy agisca così dalla culla e che i suoi genitori siano due perfetti idioti. Il poliziotto incarna il classico cliché della lesbica in uniforme, la donna con le palle cinica con una schiappa d'aiutante pronto a dire banalità. Entrambi non si capisce però cosa minchia facciano per tutta la durata dell'indagine. Neil Patrick Harris è una barzelletta. Manca solo la collezione di dvd porno per vedere Barney Stinson sullo schermo. Gli ultimi minuti fanno quasi sorridere. Con una prima soluzione dell'indagine a cui si deve credere per fede e un finale confuso e senza giustificazione.


Il film vince perché grottesco, perché ironico. Vince se vogliamo vedere in Gone Girl una storia kafkiana, dove non è permesso fare domande. Questa lettura (forse un po' forzata) ci viene in parte suggerita dal contrappunto musicale di Trent Reznor, molto più discreto rispetto ai lavori precedenti (molto meno Nine Inch Nails). La sua musica non incalza mai perché non può (la storia non riesce a svoltare ma solo a contraddirsi). Reznor con una magia riesce a dare un minimo di coerenza al delirio. Trasforma questa lunga serie di contraddizioni in sogno.





Isaia Panduri

venerdì 28 novembre 2014

FILTH

 
Regia: Jon S. Baird
Origine: UK
Anno: 2013
Durata: 97'
Attori protagonisti: James McAvoy

Filth, uscito l’anno scorso in UK, annunciato per quest’anno col titolo Il Lercio in Italia, nessuno sa quando verrà realmente distribuito in questo Paese di ritardatari. Quindi chissenefrega, noi lo recensiamo e voi lo recuperate, che altrimenti va a finire come per Mr. Nobody di Jaco Van Dormael che “sta arrivando” dal 2009.


Per la quarta volta dal 1996, da Trainspotting, la Edimburgo malata descritta dalla penna di Irvine Welsh finisce sul grande schermo. Il soggetto è dello stesso Welsh che però si allontana volutamente di qualche passo dalla trama originale, probabilmente per una migliore resa cinematografica e per evitare problemi di censura. Non fate però l’errore di credere che sia un film tirato a lucido per diventare una commedia per famiglie. Filth è un film sporco, a tratti fortemente grottesco e immensamente bastardo che riesce a cambiare tono continuamente, mettendo a disagio lo spettatore, facendo provare disgusto o compassione per quel personaggio che cinque minuti prima aveva suscitato ilarità.


Il protagonista è Bruce "Robbo" Robertson, un sergente di polizia che incarna il peggio del peggio, interpretato da un fantastico James McAvoy. Cocaina, whiskey, film porno e violenza gratuita sono solo alcuni degli hobby del sergente Robbo che farà di tutto per ricevere la promozione che a suo dire risolverà ogni problema. E quando dico “tutto” intendo veramente ogni cosa. Ogni altro pretendente alla promozione sarà manipolato nella maniera più subdola possibile e messo fuori gioco.


Tutto questo accade durante le indagini per l’omicidio di un cinese da parte di alcuni teppisti locali. Il protagonista, armato praticamente solo della sua bastardaggine, in poco tempo individuerà i colpevoli ma per una serie di intrecci il caso gli sarà tolto per essere affidato a una sua collega. È a questo punto che la commedia lascia spazio al dramma e il personaggio spaccone e divertente si eclissa mostrando una persona malata e sola che ha trovato rifugio nel vizio.


Un film delirante con sequenze oniriche da stato allucinatorio, esagerato, a tratti caricaturale. Un personaggio estremamente sfaccettato che ha coscienza di essere l’unico vero protagonista della storia, che si concede il lusso di ammiccare allo spettatore guardando in camera senza far sembrare ciò un’esagerazione. Un personaggio interpretato in maniera eccellente da McAvoy che ha portato a casa il premio come miglior attore al British Independent Film Awards, al London Critics Circle Film Awards e agli Empire Awards. Divertente, amaro, lascia spazio a più di una riflessione e sicuramente non piacerà a tutti ma assolutamente da vedere. Chi ha letto il libro sarà magari deluso dal fatto che la storia sia stata un po’ stravolta ma questo è un film che si regge esclusivamente sul suo protagonista più che sugli sviluppi della trama e dato che, come già detto, la caratterizzazione di Robbo è stata eccellente, non c’è motivo di dispiacersi.




Ingmar Bèrghem

martedì 18 novembre 2014

INTERSTELLAR


Regia: Christopher Nolan
Origine: USA 
Anno: 2014
Durata: 169'
Attori protagonisti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Casey Affleck

Sì, lo so che su Interstellar ne avete sentite di cotte e di crude, che non si parla d’altro, tra chi lo innalza a capolavoro assoluto del genere e a chi lo boccia a prescindere. So anche, e soprattutto, di non essere d’accordo con nessuna della due tifoserie, anche perché Interstellar è sicuramente un film imperfetto, ma allo stesso tempo molto affascinante e audace (che di questi tempi non fa mai male). E fa ridere che per cercare di smontarlo si tenti di fare perizie minuziose su quanto siano attendibili o meno le tesi scientifiche che sono disseminate in tutta la pellicola. Fondamentalmente, cosa vi sfugge della parola Fantascienza? Con ragionamenti simili praticamente ogni film di questo genere dovrebbe essere una cagata, e per fortuna così non è.


Il film è incentrato sulla figura di Cooper, interpretato da un gran Matthew McConaughey, padre di famiglia che vive insieme ai suoi figli in questa fattoria che risente delle condizioni critiche in cui versa il pianeta Terra: il grano non si produce più e di lì a poco la stessa sorte toccherà al mais. L’uomo va incontro all’estinzione, insomma. Per una serie di circostanze misteriose, il protagonista, da ingegnere e da ex pilota militare, si ritroverà a capo di una spedizione finanziata dalla NASA (ormai diventata una vera e propria società segreta, vista la diffidenza dell’umanità, che come abbiamo già detto versa in condizioni agricole disastrose, in progetti interspaziali come questo) volta a trovare nuovi pianeti su cui far emigrare le persone della Terra costrette a un’esistenza al limite dell’apocalittico. Da qui nasce la profonda frattura tra Cooper e la figlia, che non gli perdonerà di aver accettato di far parte di una missione pericolosissima che rischierà di allontanarli per sempre.


Il tema importante del film, al di là di tutte le divagazioni scientifiche, è il viaggio, o meglio ancora la scoperta. Il sondare aspetti della propria personalità spinti al limite, in un contesto beffardamente tranquillo e soave, in cui il tempo è tiranno in tutti i sensi, in cui si entra in empatia con le altre persone coinvolte in questo straordinario viaggio. Nolan decide di optare spesso per un sguardo documentaristico, volutamente “sporco” oserei dire, che dà forza visiva al film, completamente fuori da certe patine stilistiche adottate da altri film del genere usciti negli ultimi anni. Si sono sprecati paragoni tra questo film e l’opera massima di quel signorino che fu Stanley Kubrick, vale a dire 2001: Odissea nello spazio. È un paragone un po’ forzato, visto che sono due film che inevitabilmente, anche involontariamente, si toccano ma che proseguono nel loro discorso in maniera totalmente differente. Più che altro è il paragone con Incontri ravvicinati del terzo tipo (Steven Spielberg, 1977) che mi sembra più calzante, in cui la curiosità, e a tratti anche la morbosità, verso l’ignoto e il misterioso sono la spina dorsale dei due lungometraggi (tant’è che finali dei due film corrono più o meno nella stessa direzione). Parliamo sempre di padri di famiglia che lasciano tutto, pur di seguire un’idea. È un peccato perciò quando Interstellar scade in facili e patetici sentimentalismi in alcuni dialoghi della Hathaway, che sembrano usciti fuori da tutt’altro film, visto anche il modo delicato, umano e commovente con cui Nolan, al contrario, ci abitua trattando dello splendido rapporto tra Cooper e Murph, vale a dire la figlia. Un rapporto sovvertito da un tempo che darà vita a una scena intensissima in cui padre e figlia (interpretata da adulta da una sempre splendida e bravissima Jessica Chastain, di cui io e Isaia Panduri siamo vergognosamente innamorati) si guarderanno da uno schermo avendo la stessa età. 


Lo spettacolo vero e proprio Nolan ce lo riserva nel finale, in cui il coinvolgimento è pressoché totale e in cui il mistero delle leggi che regolano il mondo sembra più facile di quello che è, ricordando anche il racconto La lettera trafugata di Edgar Allan Poe, dove si cerca, si smania per trovare qualcosa, per abbattere quei “fantasmi” che alla fine siamo noi e solo noi possiamo affrontare. Tutto l’ingresso di Cooper nel buco nero è intensissimo, visivamente affascinante, e siamo lì con lui e come lui facciamo esperienza di questo luogo misterioso, che ci si presenta però come un vero e proprio libro aperto, che fa da teatro al definitivo passaggio di testimone tra padre e figlia. E poi? Poi la passione, l’amore per qualcosa, l’amore in generale, spinge Cooper verso il non-conosciuto, ancora una volta, in barba a chi ci ha insegnato a guardare nel fango e a non alzare più la testa.


Martin Scortese


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