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lunedì 14 aprile 2014

THE GRAND BUDAPEST HOTEL


Regia: Wes Anderson
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 99'
Attori protagonisti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, Jude Law, Saoirse Ronan, Edward Norton, Willem Defoe, Adrien Brody, Bill Murray, Harvey Keitel

10 aprile. Penso che finalmente è uscito il nuovo lungometraggio di Wes Anderson. Subito controllo gli orari del cinema su internet e niente. Cioè proprio niente. Nessun cinema della mia zona passava questo film (Al Barbone avrebbe detto “meno male zio”). Panico totale. Ho cercato di recuperare il recuparabile di Anderson nei giorni precedenti, quindi ero carichissimo. E invece niente. Panico. Divento apatico per tutta la giornata, cerco appigli, pregusto il post-modernismo asciutto con tanto di fossantani con scappellamento a sinistra. Neanche Lo Sgargabonzi riesce a tirarmi su. Però, aspetto un giorno e magicamente un cinema mi sorprende, e espone la locandina di questo film. La sera stessa vado e mi sono gustato un gran lavoro. E voi potreste benissimo chiedervi “che bisogno c’era di fare questa supercazzola per dirci che hai aspettato un giorno per un film?”. Nessuno, ma questo è il bello di Internet.

Il conte Mascetti è fiero di me.

Ora facciamo i seri. Anderson è un regista che mi è sempre piaciuto, per la sua capacità di creare dei microcosmi sfaccettati e curati, e farti entrare in sintonia con quasi tutti i personaggi. Il tutto con estrema semplicità narrativa e di intenti, con una forte impronta personale, data da scenografie sempre bellissime e a tratti surreali, un gusto incredibile per la simmetria e una grande bravura nel creare personaggi che rimangano un po’ nell’immaginario. Penso ad esempio ai I Tenenbaum, un film ricco di personaggi memorabili. Penso a Max Fischer di Rushmore, a Steve Zissou e ai tre fratelli in viaggio nel Darjeeling Limited. Penso che Anderson per me è un grande, in fin dei conti. Ma parliamo del suo Grand Budapest Hotel, vincitore, tra l’altro, del Premio della giuria nell’ultima edizione del Festival di Berlino. La trama è semplice [cit.], e mi avvarrò di Wikipedia per spiegarla in 2 secondi e soffermarmi poi sugli aspetti più riusciti del film: “Nell'Europa di inizio Novecento, Gustave H, un concierge che lavora in un leggendario Hotel dell'immaginaria Repubblica di Zubrowka, diventa amico di uno dei suoi collaboratori più giovani, Zero Moustafa, il quale crescerà fino a diventare il suo protetto. La storia coinvolge il furto e il recupero di un dipinto rinascimentale inestimabile e la battaglia per un enorme patrimonio di famiglia.” 


Lasciando un attimo da parte il cast di altissimo livello, innanzitutto la messa in scena è spettacolare. Da questo punto di vista Anderson si rinnova di film in film, con una maturazione estetica via via più evidente e sorprendente, con un’impostazione quasi teatrale ma al tempo stesso di grande respiro. Lungi da me fare paragoni azzardati, se non di più, ma per la forza visiva di alcune scene nei corridoi di questo hotel pensavo che a un certo punto si sarebbero palesati di fronte a me Jack Torrance e due gemelle trucidate sul pavimento. Il bello del cinema e delle pippe mentali insomma. Per non parlare dei personaggi che popolano questo zoo andersoniano, che sono tutti pezzi che vanno a comporre questo puzzle a tratti delirante, fintamente ingenuo o ottimista, ma che racchiude in sé una malinconia che sembra passare in sordina, ma così non è. Così non è mai, almeno per me, nei film di Wes (ti do del Tu cavissimo, spevo mi pevdonevai).



Gli attori funzionano tutti, dal nevrotico Ralph Fiennes con un prova davvero convincente alla sempre più camaleontica Tilda Swinton (penso anche a Snowpiercer), dal nostalgico Murray Abraham allo scrittore interpretato da Jude Law, il quale prende le sembianze di Tom Wilkinson più in là con gli anni, e che è/sono il/i motore/i di tutta la narrazione, che funziona alla grande e gira attorno alla vita di Gustave H, accusato ingiustamente di omicidio, catalizzatore di tanti avvenimenti che si susseguono freneticamente. Come non parlare poi dei due baldi giovani, protagonisti di una storia d’amore frettolosa ma pura come i due innamoratini di Moonrise Kingdom. L’amore ai tempi di Wes Anderson. Un amore senza troppi giri di parole. Oppure del malefico Willem Dafoe; vorrei dire, immaginatevi questo Dafoe senza capelli e avrete un Nosferatu versione 2(denti).0. Ed è qui, però, col personaggio appena citato, che Wes mi sorprende, adottando uno stile sicuramente più cupo, e perché no violento, rispetto agli altri film della sua produzione. Ma sempre con un’ingenuità infantile che non può che far bene al film, come se lui stesso fosse sorpreso da quanto stia avvenendo, arrivando a riflettere anche su certe logiche autoritarie presenti in Europa in quel preciso periodo storico, vale a dire il 1932.



Diventa quindi un monito a tramandare storie, a raccontarle, perché le storie sono potenti, aiutano, danno speranza e insegnano sempre qualcosa. Quello che cerca di fare Anderson, che viene fatto passare per il regista pazzerello-hipsterino-mammamiachebeicolori-vuoto ma che al suo interno, nel suo Cinema, ha molto di più. Ed è un approccio, il suo, che emoziona con semplici cose: con un primo piano, con una canzone, con una frase che potremmo dire tutti senza per forza aver letto Così parlò Zarathustra in svedese e al contrario. In questo film più che mai, che può risultare sì minimale, ma comunque compatto e senza sbavature di sorta, che arriva a toccare corde inaspettate anche per la capacità di rendere la storia del Grand Budapest Hotel (da importante albergo di lusso ad alberguccio in decadimento) come la storia dei personaggi che lo hanno popolato o che comunque sono arrivati a un certo punto della loro vita convinti che l’esperienza in questo hotel sia stata la migliore della propria esistenza. Basti pensare al personaggio di Zero Moustafa, rifugiato politico che trova come maestro di lavoro e di vita Gustave H e al quale sarà sempre grato (per motivi che non sto qua a rivelare perché di mestiere non faccio lo spoileratore), ritornando sempre a discorsi inerenti alla solitudine e su quale sia lo scopo della nostra vita.



Da non sottovalutare poi le riflessioni sull’arte e sull’importanza della stessa, visto che un posto principale è riservato a questo quadro trafugato dal valore inestimabile (che avrà come conseguenza una scia di sangue generata dalla coppia Brody-Dafoe), come è inestimabile il valore del Cinema per Anderson, e che è evidente in questo film che consiglio sicuramente agli amanti di Anderson, perché non potranno non apprezzare questo film, più maturo a livello concettuale e visivo. Ma lo consiglio anche ai suoi detrattori proprio perché potranno trovare un qualcosa di diverso rispetto ai suoi film precedenti (spero), proprio per la maturità raggiunta sopracitata. Ma comunque sia Wes, non te la prendere, ci sarò sempre io a difenderti a spada tratta quindi puoi stare tranquillo e sereno. Digli poco.


Martin Scortese



  

giovedì 20 marzo 2014

ONLY LOVERS LEFT ALIVE [DOPPIA RECENSIONE]

 

Regia: Jim Jarmusch
Origine: Regno Unito, Italia
Anno: 2013
Durata: 123'
Attori Protagonisti: Tom Hiddleston, Tilda Swinton, John Hurt, Mia Masikowska


Un film di Jim Jarmusch lo guardo sempre con buone aspettative apprezzando molto il suo modo di fare cinema e di raccontare storie, soprattutto tramite dialoghi arguti, efficaci e divertenti. In questo suo nuovo lavoro racconta la storia un amore multisecolare tra un vampiro depresso più di un emo con manie suicide, interpretato da Tom Hiddleston, e l'androgena Tilda Swinton. Vita molto dura quella dei succhia sangue al tempi nostri a causa di noi poveri umani che non sappiamo più conservarci pulito nemmeno il sangue constringendoli a pagare grosse somme di danaro per procurarsi plasma sintetico. L'arrivo della sorella della vampira, la bella Mia Wasikowska, spariglia le carte in tavola e tutto si rimette in gioco.




La pellicola è tecnicamente perfetta, Jarmusch su questo è inattaccabile. L'uso della cinepresa e dei colori è magistrale ma quello che non va proprio è la banalità della storia non compensata nemmeno dall'arguzia dei dialoghi. Battute scontate che non fanno decollare la trama e anche l'arrivo della Wasikowska, il punto di svolta della narrazione, risulta prevedibile in ogni sua mossa. Il tutto aggravato da un distacco e una freddezza che non premette di entrare davvero nel racconto ma ci lascia spettatori freddi in attesa degli eventi. Le prove dei protagonisti sono mortificate da una sceneggiatura povera che non permette loro di esprimersi al meglio. L'unica cosa che, a parer mio, avrebbe potuto salvare il film sarebbe stato l'arrivo di Buffy l'ammazza vampiri. Peccato fosse impegnata.


Pablo Lombardi




L'unica funzione di questo film è fare uno spottone di Tom Hiddleston, candidandolo a Pattinson di quelli che ascoltano Le luci della centrale elettrica. Only Lovers Left Alive soffre della sconcertante superficialità nello scegliere storie e nello svoltarle di Jarmusch. Ad ogni scena si sa esattamente quale sarà la prossima, e nonostante si voglia far credere che questo sia un film che rappresenta altri vapiri, cade nel solito tranello di raccontare solo le abitudini alimentari dei vampiri. Davvero la trama è solo questo. Riconferma inoltre l'eterno cliché della rockstar buia, robertsmithiana, maledetta e in crisi creativa. Ma anche questo aspetto, chiuso in casa e fuori dal mondo non è che abbia molto senso. Gli attori non recitano, ma si limitano a stare davanti alla camera e a dire le battute manco si trattasse di una recita scolastica.





Unica nota positiva è il commento musicale, le composizioni originali interpretano bene questo post-modernismo forzato, mischiando strumenti antichi e muri di chitarre elettriche piene di feedback.







Giuseppe Bonafede

giovedì 6 febbraio 2014

HER


Regia: Spike Jonze
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 126'
Attori Principali: Joaquin Phoenix, Amy Adams, Olivia Wilde

Her è la nuova fatica di Spike Jonze, regista di alcuni film molto apprezzati tra cui Essere John Malkovich. La pellicola parla di Theodore, interpretato da Joaquin Phoenix, scrittore di lettere conto terzi con una sensibilità spiccata. Depresso, dopo la fine del suo matrimonio, si rifugia nell'amore con un sistema operativo (OS) che ha la voce di Scarlett Johansson. Il tutto ambientato in un futuro abbastanza prossimo.


Il film vive di una trama non particolarmente complessa ma che viene resa delicata, uggiosa, triste ma al tempo stesso arguta da un sempre straordinario Joaquin Phoenix che regge una sceneggiatura che alterna a dialoghi molto brillanti e divertenti altri dialoghi più melanconici tra lui e l'OS. Ottima anche la prova vocale di Scarlett Johansson (ho visto il film appositamante in lingua originale) che, senza mai apparire, fa arrivare alle orecchie le sue emozioni virtuali, non a caso vincitrice del premio Marc'Aurelio d'Argento per la miglior attrice al Festival internazionale del film di Roma. Tra gli attori non protagonisti da segnalare una quasi irriconoscibile Amy Adams, candidata all'oscar per Amercian Hustle.


La bravura di Jonze è immaginare un futuro che è già presente in cui i rapporti virtuali spesso soppiantano quelli reali e si confondono senza confine tra il vero e l'immaginario. Tutto questo rappresentato con il solito tocco leggero, che ci fa entrare in punta di piedi nella vita del protagonista usando magistralmente la macchina da presa. Molto bella la scena in cui Phoenix, che in questo film mi ricorda esteticamente Groucho Marx, fa una scenata di gelosia al OS perchè ha numerosi rapporti amorosi con altre persone. Film che lascia un segno.




Pablo Lombardi


martedì 7 gennaio 2014

UPSTREAM COLOR


Regia: Shane Carruth
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 96'
Attori Principali: Shane Carruth, Amy Seimetz

Dopo essere rimasto affascinato dal precedente film di Shane Carruth, il sorprendete Primer, fatto con ben 7000 $ mi ritrovo con grosse aspettative. Con Upstream color ha speso la stessa cifra e ha creato un' altra piccola perla. Questo film è il degno proseguimento logico del precedente. Ci si ritrova sempre immersi in un tipo di racconto visivo astratto e senza tutte le risposte date dall'autore con una trama complessa e multisfaccettata che si presta a diverse chiavi di lettura.



Trama: la bella Kris,  Amy Seimetz, viene drogata con una sostanza sintetizzata da un bruco e derubata di una grossa somma di denaro. L'incontro con Jeff , lo stesso Caruth davvero tuttofare, l'aiuterà a cercare di scoprire pezzi di verità. Il cinema di Caruth è fatto di pochi dialoghi, di sguardi, di paure ancestrali. Si è trasportati da un insieme di sensazioni che mettono quasi in secondo piano la narrazione della storia.



È un cinema che non da risposte ma aumenta le domande e i dubbi. Si viene trascinati nel mood del film in balia del regista, condotti in un vortice in cui i ricordi dei due protagonisti si mescolano senza più sapere chi dei due ne sia il proprietario. Si perde di vista la realtà dei fatti per entrare in un mondo più complesso fatto di paure recondite di non riuscire più a ritrovare sè stessi, le stesse degli interpreti. Di sicuro è una pellicola  che non può lasciare indifferenti: la si ama o la si odia. Il tutto condito da una regia ottima e da una prova molto convincente degli attori. É il trionfo del cinema delle idee, nell'attesa di vedere al più presto un altro suo film.




Pablo Lombardi




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