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giovedì 21 agosto 2014

LO SQUALO



Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1975
Durata: 119'
Attori protagonisti: Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss

L'isola di Amity è minacciata dalla presenza di uno squalo particolarmente feroce. Il capo della polizia Martin Brody e l'oceanografo Matt Hooper fanno squadra contro il tentativo del sindaco di minimizzare l'accaduto. Partono alla ricerca dell'animale sulla barca di Quint. Un esperto marinaio specializzato nella cattura di squali.



Per la prima metà del film si può provare orrore solo nei confronti della comunità di Amity, guidata dall'ottuso sindaco intento a difendere gli interessi economici della cittadina che vive di turismo balneare. Nella prima ora lo squalo è ancora una generica creatura marina e il chiacchiericcio è il vero protagonista, interrotto con ritmo da suggestive soggettive subacquee in cui vediamo lo sgambettare dei bagnanti e da scene in cui lo spettatore stesso fa il bagno tra la gente. Quando lo squalo appare è seguito dal primo brandello umano che cade sul fondale. Da qui in poi c'è solo l'avventura, l'animale diventa quasi uno strano amico, che più che incutere timore sorprende gli eroi che mai si erano trovati così vicini a un essere di così poderosa bellezza.



Nel 1975 Spielberg dirige il suo terzo film. In The Jaws ritroviamo le caratteristiche che hanno reso Duel e Sugarland Express due piccoli capolavori; la tensione e la cura per la caratterizzazione dei personaggi. Non solo dei protagonisti (uomini combattuti a volte fragili ma con il ruolo di eroe stampato in faccia) ma anche della coralità di fondo. Per la prima volta poi ci vengono presentati gli elementi peculiari del suo cinema. L'avventura, il fantastico, l'ingenuità nella scoperta e la rivalsa grazie al superamento dei limiti personali, e sopratutto la sapienza nell'uso degli effetti speciali. Un uso avveniristico più che maturo. Il cinema di Spielberg vive nel rapporto tra l'autore e gli effetti speciali, un cinema in cui la gigantesca testa di uno squalo può entrare dalla finestra, gli alieni possono parlare con la musica e diventare i nostri migliori amici e in cui i dinosauri possono giocare con noi a nascondino. Ma sempre fuori da paradossi e cadute di stile. Spielberg è il maestro nel dare voce a quegli aspetti dell'umanità ancora da svezzare. Più passano gli anni, più il cinema d'intrattenimento si riempie di sofisticazioni, più l'arte di Spielberg ci parla di un'innovazione in punta di piedi. Di una sintesi che non è mai approssimazione o leggerezza. Ci parla dell'amore per lo sconosciuto che per essere abbattuto va prima studiato e interiorizzato. 



Isaia Panduri




mercoledì 30 luglio 2014

CASOTTO



Regia: Sergio Citti
Origine: Italia 
Anno: 1977
Durata: 106'
Attori protagonisti: Gigi Proietti, Ninetto Davoli, Ugo Tognazzi, Catherine Deneuve, Jodie Foster, Franco Citti

Ninetto Davoli entra nel casotto per accendere una sigaretta. Quando esce chiude la porta alle sue spalle lasciandoci imprigionati dentro. Entri, chiudi la porta, ti spogli e metti il costume. Lasci tutta la tua roba là e ti tuffi in acqua. Prima di te qualcuno ha fatto la stessa cosa proprio in quel casotto e qualcun altro lo farà dopo di te. Casotto è di questo che parla. Gente che si spoglia, mette il costume e si butta in acqua.




Già dai titoli di testa ci si rende conto della portata dell'esperimento. Paolo Stoppa e Jodie Foster, Gigi Proietti e Catherine Deneuve. Ma anche Franco Citti, Angela e Anna Melato, Ninetto Davoli, Ugo Tognazzi e Michele Placido. Anche lo staff tecnico lascia interdetti. Le musiche minimali e esotiche del “maestro Mazza” e le scenografie (Hitchcockiane) del tre volte premio oscar Dante Ferretti convivono con la regia e la fotografia Pasoliniana di Citti e Delli Colli. A tenere su la baracca (è proprio il caso di dirlo) Vincenzo Cerami.



Casotto, dopo Salò (forse) è l'opera italiana più coraggiosa. Nel 1977 l'Italia è già un posto abbastanza smaliziato da non rimanere sconvolto dalla vista delle palle di Placido. Il pubblico e la critica di allora fecero comunque fatica a digerire un'opera di fatto incollocabile. Da una parte la malinconia di Pasolini, dall'altra la commedia di costume. Il gusto però è tutt'altro che intellettuale o nazionalpopolare. La lente usata è grottesca, a tratti avanguardistica, con scene di vera e propria videoarte. Il tutto girato in una sola stanza con una porta che quando si apre dà il senso di una terra che pulsa fuori. Del giorno che passa e del tempo che cambia. Le scene di nudo sono fastidiose perché vere. Perché fa male vedere nudi che non cercano di sedurci. 




In Casotto la nostra parte più intima, manco a dirlo, non si ferma ai genitali. Noi siamo come dei fantasmi, come delle camere nascoste costrette ad assistere allo spettacolo più indecente che ci sia, quello cioè della grottesca normalità dell'essere umano. Panzoni, donne pelose, coach molesti, freak, coppie male assortite. Le nostre ambizioni, le nostre magagne, le nostre paure e altre normalissime oscenità si avvicendano senza sosta a ritmo sostenuto. Manco il tempo di riflettere sulla porzione di noi stessi che un personaggio ha portato a galla che eccone un altro, pronto a tirar fuori le sue e le nostre vergogne. 


Isaia Panduri



mercoledì 16 luglio 2014

TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL'AZZURRO MARE D'AGOSTO


Regia: Lina Wertmüller 
Origine: Italia
Anno: 1974
Durata: 125'
Attori protagonisti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato

Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto narra di un povero marinaio ignorante, comunista e insofferente verso i vizi della sua “padrona”, la ricca industriale Raffaella Pavone Lanzetti. L'industriale rappresenta tutto ciò che il marinaio odia e il naufragio che li vede coinvolti darà vita al suo personale tentativo di rivendicazione sociale.


Travolti da un insolito destino... è uno dei rari casi in cui al pubblico italiano viene proposta una lettura esotica del paesaggio italiano. Non ci sono strani animali o piante sconosciute ovviamente, ma è il repentino cambio di registro che ci fa vivere le coste della Sardegna come un mondo lontano, perduto e (ormai) disabitato. Mondo che è simbolo della regressione a uomo delle caverne del marinaio Gennarino e perfetta ambientazione mentale del nuovo status della coppia. In questo mondo si piomba come in un sogno, dopo il dormiveglia rappresentato dalla giornata passata sul gommone, in cui entrambi stanno ancora con un piede fuori e l'altro dentro alle proprie classi sociali.


Il film grazie sopratutto alle musiche di Piccioni è sempre in bilico tra la commedia di costume e quella sexy. Dall'erotismo, a tratti “speculativo”, al dramma alla Casablanca. Anche se è evidente quasi subito che siamo davanti a uno dei così detti film “impegnati”; agli occhi di un saputello vaccinato e viziato come me, la vicenda appare come una lezioncina. Mai nel film si resta ancorati alla realtà delle circostanze, ogni evento è una sineddoche della società moderna, del rapporto povero/ricco, operaio/padrone, uomo/donna.
 


A volte tra un insulto e l'altro del siciliano sembra di sentire la bellissima voce della Wertmüller urlare “E adesso ve la faccio vedere io!”. Non è la mia generazione ad aver risolto tali questioni, è solo che la lezione della regista non riesce più a graffiare le nostre convinzioni come Pasolini o Ferreri. O forse semplicemente stiamo parlando di una storia invecchiata male.



È l'erotismo il punto forte della pellicola. È incredibile come il rapporto sessuale limitato allo strusciarsi riesca a frustrare anche lo spettatore. È da questo punto di vista che la storia riesce ancora a parlarci. Facendo nascere un nuovo personaggio chiamato “appagamento sessuale” che anch'esso sembra vivere in una primitiva e totalmente naturale isola della nostra mente. Isola per che fortuna resterà sempre svincolata da logiche classiste.


 
Isaia Panduri

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