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A Venezia dal 31 Agosto al 10 Settembre 2016

lunedì 10 novembre 2014

CALVARY


Regia: John Michael McDonagh
Origine: USA/UK
Anno: 2014
Durata: 101'
Attori protagonisti: Brendan Gleeson, Kelly Reilly

Durante una confessione il prete cattolico James Lavalle viene a conoscenza che un suo parrocchiano anni prima è stato abusato e adesso è in cerca vendetta, non contro l'autore della violenza bensi proprio contro di lui, uomo e religioso retto e onesto. Inizia così la sua ultima settimana di vita, il calvario, per sistemare i conti lasciati in sospeso.

 

Il film riesce ad affrontare l'arrivo della morte con leggerezza e senza facili moralismi. Non è un film sui preti pedofili, per quanto questo sia un tema molto sentito in Irlanda. Nemmeno sulla morte ma sul mondo di affrontarla. Siamo di fronte a un film che emoziona senza sfruttare i soliti luoghi comuni ma raccontando la vita, i dubbi e gli errori suoi e di un'intera comunità.


Nella pellicola si ritrovano ancora insieme McDonagh e Gleeson dopo l'ottima commedia The Guard. E nuovamente si ritrova la stessa intesa tra i due. Il regista lascia carta bianca al grandissimo attore irlandese e ne viene ripagato da una interpretazione davvero di spessore. Il tutto supportato da un cast in ottima forma e con ottima caratterizzazione dei personaggi. Se si aggiungono paesaggi mozzafiato il puzzle è completo.



Quest'opera cinematografica è la dimostrazione di come quest'arte non abbia bisogno di milioni di budget, riprese complesse e tecniche incredibili ma “solo” di buone idee e ottimi attori. Decisamente consigliata la sua visione.







Al Barbone

giovedì 6 novembre 2014

THE JUDGE


Regia: David Dobkin
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 142'
Attori protagonisti: Robert Downey Jr., Robert Duvall

Robert Downey Jr. sveste l’armatura di Ironman per interpretare Henry “Hank” Palmer, un avvocato di successo dalla morale molto discutibile e dal passato turbolento. Allora perché The Judge? Il giudice, interpretato da Robert Duvall, è il padre di Hank. Un giudice di una piccola cittadina dell’Indiana, uno di quelli dalla morale impeccabile, totalmente agli antipodi da quella del figlio.


La storia è delle più classiche, padre e figlio in conflitto da anni si ritrovano di nuovo a confronto rivivendo vecchi dissapori, rinfacciandosi a vicenda le proprie mancanze. Il tutto muovendosi all’interno dell’aula di tribunale un tempo presieduta ogni giorno dal padre, questa volta sotto processo. Riuscirà il nostro avvocato impertinente a salvare il padre da una pesante accusa e a ricucire con lui un rapporto che non esiste da anni? Beh la risposta, fortunatamente, non è così banale.


È quasi inutile dirlo ma il film fa perno sull’interpretazione di RDJ in maniera sfacciata. Mentre però il confine tra l’attore e Tony Stark è andato via via sparendo nella saga Marvel, quasi sostituendo Tony Stark col vero RDJ, in questo caso possiamo dire che il personaggio dell’avvocato Palmer è stato cucito addosso all’attore come un abito di sartoria. Un passato fatto di bravate, piccoli problemi con la legge, alcol e droghe, la riabilitazione fino al successo... Suona familiare, vero?


Il personaggio di Duvall invece dà la possibilità di vedere un altro spaccato, quello dell’anzianità e dei problemi di salute che si porta dietro insieme ai capelli bianchi. Bravo Duvall e bravo ancora una volta Robert Downey Jr. che dimostra che quando tocca fare i seri su argomenti delicati riesce anche a non cazzeggiare, cosa che fa comunque in diversi punti della storia riuscendo a far sorridere, cosa però probabilmente non necessaria in un contesto del genere.


Più di due ore di film che scorrono facilmente senza infamia né lode. La critica ha quasi stroncato la pellicola, il pubblico sembra che abbia un’idea più positiva. Probabilmente se RDJ facesse meno l’RDJ in ogni suo ruolo avremmo visto un film decisamente migliore ma il risultato resta comunque buono. In conclusione, se siete dei fan del protagonista vi piacerà molto, se non lo sopportate lo odierete. Guardandolo in maniera pseudo oggettiva resta un buon film drammatico con delle note di humour eccessivamente accentuate. Se per volere del protagonista, del regista o della produzione non è dato saperlo ma qualora si tratti di un’idea per sfruttare il “momento RDJ” non è stata probabilmente una gran trovata.





Ingmar Bèrghem

lunedì 3 novembre 2014

STARRED UP


Regia: David Mackenzie
Origine: UK
Anno: 2013
Durata: 106'
Attori protagonisti: Jack O'Connell, Ben Mendelsohn, Rupert Friend

Sono un amante dei programmi ambientati in carcere, penso di averli visti tutti da Lockup a Carcere Duro, sarà che l'essere un ascoltatore di hip hop mi fa immedesimare meglio con i miei beniamini e mi fa capire le sofferenze che hanno subito. Indirettamente posso dire di avere il carcere nel sangue avendo avuto parenti finiti al gabbio. Il passo successivo sarà finirci io direttamente e fare una recensione sull'esperienza.



La prigione è un tema che ha affascinato un sacco di registi e ha ispirato un mucchio di sceneggiatori. Un lato di noi sono convinto che invidi il coraggio dei criminali di sovvertire le regole e fare quel cazzo che vogliono, noi con la fedina pulita alla fine siamo solo dei cagasotto e nel peggiore dei casi dei leoni da tastiera.

Il cinema ci ha dato visioni diverse dell'ambiente carcerario, facendoci scoprire come se la vivevano i mafiosi tramite Quei Bravi Ragazzi, come se la viveva Pelè a dribblare i nazisti con l'aiuto di Rocky in porta con Fuga Per La Vittoria, che rapporto possono avere un omosessuale e un rivoluzionario marxista compagni di cella ne Il Bacio Della Donna Ragno e cosa pensano le galline recluse nei loro recinti con Galline In Fuga.

Starred Up invece porta il genere sul lato famigliare. Eric, interpretato dalla futura star Jack O' Connell, è un ragazzo di diciannove anni, violento e turbolento, dentro presumibilmente per aver picchiato una ragazza. In prigione avrà come collega suo padre Nev (Ben Mendelsohn) e capiremo subito che Eric il carattere non lo ha sicuramente preso dalla madre.
La vera figura paterna per il protagonista sarà Mr. Baumer (Rupert Friend), terapeuta volontario, che cercherà in tutti i modi di aiutarlo, rivedendosi in lui e rivedendo il suo odio verso l'umanità.
Il resto della trama segue i classici step del genere, quindi tensione tra detenuti, secondini corrotti, boss da rispettare, scene in palestra e violenti risse che vedono Eric sempre in prima linea.

Il padre cerca di far capire l'errore al figlio
Starred Up, girato in due vere prigioni dell'Irlanda del Nord e sceneggiato da Jonathan Asser che riporta la sua esperienza di terapeuta carcerario, tiene incollati allo schermo: le vicende di Eric appassionano e il rapporto con il padre è puro conflitto, visti i due caratteri antisociali. Una storia degna di una tragedia greca, che in un ambiente così ghettizzante porta solo a esplodere, uno contro l'altro: Nev rimprovera ogni istante il figlio, anche per colpa della gelosia verso gli altri detenuti, e Eric sfoga diciannove anni di frustrazioni e assenze, anche dopo l'essere stato abusato in istituto da piccolo.

Guarda non dirlo a me
Tutta questa rabbia è un petardo che finisce per sfigurare entrambi ma entrambi ne usciranno più forti, perchè loro sono i primi a sapere che nel gioco, nel sistema e nella vita le botte oltre che darle si ricevono e se ne prendono sempre il doppio.


David Mackenzie riesce a portare sullo schermo una storia di straniamento senza cadere in patetici sentimentalismi, unendo claustrofobia, sofferenza, tensione e un pizzico d'amore nel migliore dei modi.
Le ultime righe vorrei spenderle per O'Connell che è l'attrazione principale della pellicola, eseguendo una interpretazione perfetta, una delle migliori del 2014, prestazione di rara potenza e coinvolgimento, sembra quasi che abbia vissuto gran parte della sua vita a suon di cinghiate e risse, pura energia.





Endrio Manicone

giovedì 30 ottobre 2014

BOYHOOD


Regia: Richard Linklater
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 166'
Attori protagonisti: Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette

Boyhood è un film ambiguo, da parte mia anche piuttosto difficile da decifrare. Mi sono rivisto in molte cose, in alcuni casi anche emozionato, per il semplice fatto che il film parli, inconsapevolmente, anche di me e di riflesso della mia generazione, quella che ha vissuto l’infanzia tra il finire degli anni 90 e gli inizi degli anni 00. Lo capiamo da tutti gli elementi culturali e sociali caratteristici di determinati periodi che Linklater, a volte anche troppo didascalicamente, dissemina per tutto il film. Da Harry Potter alla campagna elettorale che darà il via alla prima presidenza Obama. Ma non è questo il punto. Il film si concentra sulla vita di Mason dagli otto ai vent’anni. Figlio di genitori separati, resi al meglio da una Patricia Arquette ottima e da un Ethan Hawke convincente, riuscirà, dopo esperienze forgiatrici e batoste sentimentali e familiari, a dare vita a un nuovo sé stesso, a cercare di reinventarsi assecondando un mondo che, nel suo piccolo, riuscirà poi a capire.


Il modo delicato ed estremamente umano con cui il regista decide di dirigere questo film è sicuramente la nota più positiva, riesce, senza esasperare certi contesti (a parte in un caso, in cui è d’obbligo farlo) e senza ricercare la lacrimuccia facile, a farci entrare in empatia col protagonista. Una regia che non si lascia andare a virtuosismi di sorta ma che preferisce far parlare la quotidianità, per farci capire meglio cosa vuol dire sentirsi smarriti e soli in certe circostanze. Ne viene fuori un affresco piuttosto veritiero e sentito su cosa sia la vita, ma soprattutto su cosa sia l’esperienza, come relazionarsi con essa e come arrivare a comprenderla. Per chi non lo sapesse (ma penso che a questo punto anche i muri lo sappiano) ci sono voluti 12 anni (contratti poi in 39 giorni totali di riprese) per realizzare il film, per rendere al meglio, nei volti degli attori, la sensazione del tempo che passa, e rendendo così il cinema vita vera e propria, e quindi a sua volta esperienza totale.


Da non dimenticare poi che ci sono altri temi interessanti che vengono trattati nel film, dalla politica alla psicologia per arrivare poi all’importanza della scuola e in generale dell’insegnamento. Le riserve ritengo giuste spenderle sulla prova del protagonista del film che se all’inizio funziona egregiamente, merito anche della naturalezza con la quale certi bambini riescono a dialogare con la macchina da presa, diventa via via fiacca e anche un po’ irritante, visto che la sua interpretazione si eclissa e si arena con una recitazione sempre più passiva, al contrario degli altri personaggi che mutuano in figure più di spessore.


Nonostante tutto stiamo parlando di un buon film, probabilmente già nella storia del cinema per il modo in cui è stato realizzato, ma la resa, alla fine dei conti, non vale tutto lo sforzo fatto, perché se è vero che a grandi linee è un film molto maturo, è vero anche che pare che Linklater si adagi troppo e caschi in alcuni cliché che rischiano di vanificare, come già detto, il buon lavoro fatto. Ma il consiglio è di lasciarsi comunque trasportare dalla visione, riuscire a rendere noi parte di un’esperienza, quella di Mason, che inconsapevolmente abbiamo già vissuto per conto nostro. È impossibile, insomma, non rivedersi almeno un po’ con la figura di uno spirito alla ricerca della sua strada, quella che noi come lui stiamo ancora cercando o che, una volta trovata, dobbiamo decifrare fino in fondo, perché si ha certezza del passato e del presente, ma il futuro è sempre tutt’altra cosa.


Martin Scortese



lunedì 27 ottobre 2014

A MOST WANTED MAN


Regia: Anton Corbijn
Origine: USA/UK/Germania
Anno: 2014
Durata: 121'
Attori protagonisti: Philip Seymour Hoffman

Questa è la storia di Yssa il buono, l’ennesima storia di John Le Carré finita sul grande schermo, una storia di servizi segreti, spie e terroristi. Dimenticate i congegni fumettistici di James Bond e allontanatevi dall’idea dell’agente super cazzuto alla Jason Bourne, il protagonista di A Most Wanted Man è Günther Bachmann e la cosa più mirabolante che gli vedrete fare sarà bere un caffè nero. Questo film è forse tra i più vicini alla realtà per quanto riguarda i servizi.



Siamo ad Amburgo, una città sotto stretta osservazione da parte dell’antiterrorismo in seguito ai fatti dell’11 Settembre. Bachmann è a capo di un’unità di monitoraggio che fa “quello che i tedeschi non possono fare”, vale a dire che si prende delle libertà laddove la legge tedesca pone un limite puramente burocratico, limite che per Bachmann rappresenta un ostacolo alla possibilità di bloccare un potenziale terrorista. Anton Corbijn segue il protagonista per le strade di una città dai toni desaturati e lo fa riuscendo a rendere alla perfezione l’atmosfera pesante e alienante. Bachmann, la giovane avvocatessa Annabel Richter, Issa e gli altri personaggi si muovono in una città con quasi due milioni di abitanti senza che nessuno li noti. Sono tutti in secondo piano, sembrano quasi non esistere e l’attenzione è focalizzata solo ed esclusivamente su chi arriva a interagire con questa zona grigia.



Il film non ha particolari colpi di scena ma riesce comunque a mantenere sempre alta la soglia di attenzione dello spettatore, andando avanti in maniera moderata per un totale di due ore a ritmo costante fino allo schianto finale. La verità è forse che la parte più affascinante del film è l’interpretazione di Philip Seymour Hoffman, non tanto per l’interpretazione in sé, che è comunque perfetta, quanto perché è assolutamente inevitabile per lo spettatore fare un duale tra l’attore e il personaggio interpretato. Ciò ci fa vivere la storia probabilmente con un coinvolgimento diverso, sicuramente maggiore, per quanto nessuno si sia azzardato a speculare su questa cosa. Anzi, tanto di cappello a Corbijn che ha dichiarato di essersi opposto all’utilizzo di “L'ultimo film di Philip Seymour Hoffman” in campagna pubblicitaria.


Bachmann/Hoffman è stanco e vive portandosi dietro i fantasmi del suo passato, correggendo il caffè col whiskey senza neanche badare alla quantità. Si muove per inerzia quasi, in maniera affannata ma convita, fino alla fine. Fino a quando la sua esplosione di rabbia non manifesterà un’insofferenza nei confronti della vita, della meschinità dell’uomo, di chi l’ha fatto finire ad Amburgo punendolo per delle colpe mai commesse. Un finale che non dà un insegnamento o porta a una risoluzione dell’intreccio, non è questo l’intento del film. Ci ritroviamo a guardare un finale che lascia l’amaro in bocca e che forse, purtroppo, toglie un po’ di speranza.


In conclusione, la prestazione del protagonista è talmente empatica che è inevitabile lasciarsi assorbire completamente per due ore da una storia tuttavia semplice e con pochi dialoghi. Quello che a giudicare dal titolo del libro di Le Carré dovrebbe essere il vero protagonista si riduce a essere un semplice pretesto per raccontare una storia, vedendosi ridotto a personaggio secondario ma riuscendo comunque a raccontare con poche espressioni la sofferenza dell’intera popolazione cecena. Nota di merito per Willem Dafoe che è al sesto film di seguito per il 2014 e non fa un’interpretazione brutta manco a pagare. Noi non siamo pagati per fare pubblicità quindi possiamo dirlo: andate a vedere l’ultima splendida interpretazione che Philip Seymour Hoffman ha donato al mondo del cinema.


 



Ingmar Bèrghem

venerdì 24 ottobre 2014

AUTÓMATA

 

Regia: Gabe Ibáñez
Origine: USA/Spagna
Anno: 2014
Durata: 110'
Attori protagonisti: Antonio Banderas

Essere cresciuto tra Asimov, Kenshiro e Blade Runner mi ha reso particolarmente sensibile nei confronti degli scenari post apocalittici e delle storie con intelligenze artificiali che interagiscono con l’uomo, per questo motivo quando ho visto il trailer di Autómata non mi sono potuto tirare indietro più di tanto. Tra l’altro il mio subconscio era ormai convinto che Antonio Banderas avesse fatto per tutta la vita pubblicità della Mulino Bianco, quindi forse era meglio dargli la possibilità di tornare nella categoria “attori”.


Il perno della storia sono “i due protocolli”, una sorta di corrispondente delle “tre leggi della robotica” di Asimov:

Un robot non può danneggiare alcuna forma di vita. 
Un robot non può modificare sé stesso o altri robot.

Gli aficionados di queste tematiche non saranno sorpresi dal fatto che, ovviamente, uno dei protocolli verrà infranto (ricordate I, Robot vero?), nello specifico parliamo del secondo, quello che permetterebbe a uno di questi Autómata Pilgrim 7000 non soltanto di auto ripararsi ma anche di migliorarsi, di acquisire conoscenze e competenze, potenzialmente senza alcun limite.


In questo contesto si muove Jacq Vaucan, interpretato da un buon Banderas, un assicuratore della ROC. Se il tuo robot non funziona, Vaucan arriva a casa tua, fa una revisione al giocattolo e ti dice che tutto funziona e quindi la ROC non ti paga, semplice. Quando però assiste coi suoi occhi a una violazione del secondo protocollo inizierà a investigare andando alla ricerca di un fantomatico orologiaio, sicuramente colpevole dell’illegale quanto impossibile modifica al biokernel degli automi. A tutto ciò aggiungete il boss della ROC che lo vuole morto, una moglie incinta e un Autómata illegalmente modificato per essere utilizzato in un bordello abusivo. È la classica storia sul legame uomo-macchina, su quanto la società dipenda dalla tecnologia e sul fatto che Frankenstein lo abbiamo fatto nascere noi e quindi non dovremmo lamentarci.


Il film procede a ritmo lento ma costante. Non ci sono corse mozzafiato, se non in un paio di frammenti, o colpi di scena che spiazzano lo spettatore, si tratta più di una ricerca di immagini volte a far riflettere e in qualche caso a turbare. La trama a un certo punto sembra diventare un semplice pretesto per far interagire i personaggi: gli Autómata hanno una missione da compiere, non è neanche ben chiaro quale sia questa missione ma non bisogna far l’errore di vederlo con un punto di rottura nella trama. È la stessa Cleo, la robo-prostituta, a rispondere che “tanto non capiresti” a un malconcio Banderas in cerca di spiegazioni.


Non si tratta di un capolavoro ma non è sicuramente un film che merita le critiche di vuotezza che sta ricevendo un po’ da tutti. L’accostamento al film cult di Ridley Scott oltre a essere inutile risulta anche fuori luogo, si tratta infatti di pellicole che utilizzano strumenti diversi per arrivare a conclusioni simili ma non uguali. Autómata è un film minimale, sia nei dialoghi che nelle ambientazioni, ma non per questo scarno. Una critica può essere mossa ai personaggi secondari (terziari?), affidati a attori di poco spessore, ma Melanie Griffith e Robert Forster spiccano pur facendo poco. In generale si tratta di un buon film, su qualcosa magari di già visto ma ben presentato e che vale la pena vedere.





Ingmar Bèrghem

mercoledì 22 ottobre 2014

IL GIOVANE FAVOLOSO


Regia: Mario Martone
Origine: Italia 
Anno: 2014
Durata: 137'
Attori protagonisti: Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Iaia Forte, Isabella Ragonese

Tra i film più attesi dell’ultima mostra del cinema di Venezia, il film di Martone, incentrato su uno dei più grandi autori italiani della storia, sa tanto di occasione persa, proprio perché i barlumi di grande cinema che lascia intravedere danno, per l’appunto, l’impressione di un film discontinuo. Inquadrature bellissime, che sembrano studiate nei minimi dettagli, vengono alternate ad altre scene un po’ sciatte, senza mordente e concepite senza un’idea di fondo precisa. Se stessimo parlando di una canzone potremmo tranquillamente dire che manchi di armonia.


Il film, comunque, ha dei meriti innegabili; quando si lascia andare Martone dà vita a momenti anche piuttosto intensi, in cui anche il montaggio è gestito in maniera notevole. Penso alla scena (SPOILEEER!!!) della morte di Silvia; a quella del piccolo tribunale messo su contro Leopardi dal padre e dallo zio dopo il primo tentativo di fuga da Recanati, dove in pochi secondi il regista riesce a condensare amor paterno, rabbia, realtà, immaginazione e speranze (complice un'ottima prestazione di Elio Germano); le scene in cui dà sfogo ai suoi rimpianti ripensando all’infanzia e quelle in cui il regista si focalizza sulle aspirazioni del poeta marchigiano, sopratutto dopo l’incontro con Pietro Giordani. Il fatto è che tutte le cose che più funzionano nel film fanno parte del periodo di vita recanatese del Leopardi, gli anni dello “studio matto e disperatissimo”, gli anni della presa di coscienza che la poesia sia l’unico filtro, l’unica valvola per esprimersi al meglio, e da lì l’istinto quasi febbrile di scrivere non lo abbandonerà più. L’importanza della letteratura, della filologia e dello studio è preponderante in questa prima fase.


Il lungometraggio di Martone, da qui in poi, inizia a perdersi, a concentrarsi su aspetti poco interessanti della vita di Leopardi tra Firenze e Napoli, tra delusioni amorose, litigi con gli sterili critici delle sue opere ed esperienze sessuali al limite del ridicolo. Il regista si interessa più al tracollo fisico del poeta piuttosto che a una rappresentazione più veritiera di che cosa fossero state per Leopardi le esperienze di Firenze e Napoli. Non bastano quindi le bellissime scene conclusive con l’eruzione spettacolare del Vesuvio a far impennare un film che non riesce a prendere una direzione precisa, sia a livello narrativo sia a livello di messinscena. Altra nota positiva è la colonna sonora di Apparat che riesce a creare un’atmosfera piuttosto insolita, in questo connubio interessante tra scenografie e costumi ottocenteschi e l’ambient dei giorni nostri, dando vita a scene molto suggestive e di forte impatto.


Insomma, sicuramente un discreto film, da vedere per farsi una propria opinione ovviamente, portatore di alcuni messaggi molto validi, ma che non riesce, purtroppo, a renderci partecipi in pieno della vita di Leopardi, lasciandoci quasi indifferenti e con l’idea di aver visto qualcosa con grandi potenzialità non sfruttate a pieno.


Martin Scortese


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