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lunedì 20 ottobre 2014

THE EQUALIZER


Regia: Antoine Fuqua
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 131’
Attori protagonisti: Denzel Washington

Quando penso ai film della mia infanzia è inevitabile che la memoria vada a pescare botte, esplosioni, botte, botte, esplosioni e frasi a effetto pronunciate prima di svuotare un caricatore. No, non sono nato in una prigione ucraina, né nel Bronx ma ho avuto l’enorme fortuna di portare sulle spalle il retaggio cinematografico della decade antecedente a quella della mia nascita, il pesante fardello degli action movie degli anni ’80. Fare oggi un film in quel modo risulterebbe ridicolo e caricaturale ai limiti del trash, per intenderci, otterremmo solo tanti The Expendables. È sostanzialmente questo il motivo per cui per The Equalizer avevo aspettative nulle e forse per lo stesso motivo mi ha soddisfatto.



Antoine Fuqua ci riprova. Il regista di Training Day richiama alle armi colui che proprio con quel film vinse l’Oscar, Denzel Washington, con l’intento di mettere in piedi uno spaccatutto alla vecchia maniera. Attenzione, The Equalizer non è un film CON Denzel Washington, è un film SU Denzel Washington: Robert McCall, un ex CIA, il migliore che ci sia stato, il più addestrato, il più intelligente, dopo essersi ritirato alla soglia dei sessant’anni a vita tranquilla, si vede “costretto” a tornare attivo eliminando chiunque gli si metta davanti. Denzel Washington, un attore sessantenne, dopo tanti personaggi con semiautomatica in mano e sangue freddo a litri, torna ancora una volta a interpretare quello figo e forte e non c’è faccino giovane e fresco di Hollywood che possa reggere il confronto.



Non badate al sottotitolo che hanno dato in Italia al film, “Il vendicatore”, Robert McCall non cerca nessuna vendetta, cerca di fare una vita tranquilla. Molto semplicemente, quando assiste a un’ingiustizia, interviene a riequilibrare i piatti della bilancia e quando interviene è brutale. Userà le mani, pistole, fucili, cavatappi, bottiglie, coltelli, martelli, trapani e un orologio da polso che gli serve per cronometrarsi. Per cro-no-me-trar-si. Un tizio di sessant’anni che scommette contro l’orologio quanto tempo impiegherà per fare piazza pulita quando decide di ammazzare tutti di botte. Fine della trama.
 


Il ritmo è cadenzato, così come la routine di Robert: lavoro, pranzo coi colleghi, lavoro, cena alla tavola calda, libri, letto. A un certo punto un fattore esterno altererà questa routine. Una ragazza, una giovane prostituta interpretata da una brava Chloë Grace Moretz, che cena sempre alla sua stessa tavola calda, finisce all’ospedale con la faccia tumefatta. Da qui Robert farà a pezzi un’organizzazione criminale russa (perché negli action degli anni ’80 i cattivi o sono russi o sono vietnamiti, no doubt) con tutta la nonchalance del mondo.



Non ho spoilerato. Questo film ha una trama talmente banale che sappiamo come finirà ancora prima che inizi. L’unico dubbio che può sfiorarci la mente è se Robert McCall farà la fine del John Creasy di Man On Fire o se riuscirà a salvarsi. Ma questo non è importante, può sicuramente essere un punto debole del film ma non si guarda sicuramente qualcosa del genere aspettandosi chissà che intreccio. In conclusione ci troviamo di fronte a due ore di buon intrattenimento ben girato, ben interpretato, sicuramente scritto senza uno straccio di idea nuova ma sicuramente godibile per tutti gli amanti del genere.






Ingmar Bèrghem

venerdì 17 ottobre 2014

HORNS


Regia: Alexandre Aja
Origine: USA, Canada
Anno: 2013
Durata: 123’
Attori protagonisti: Daniel Radcliffe, Juno Temple

Qualche tempo fa mi sono ritrovato a vedere il trailer di questo film, presentato a Toronto l’anno scorso ma di prossima uscita nelle sale di tutto il mondo. Se esistesse un genere apposito per quei film mediocri in grado di creare enormi aspettative se condensati in due minuti e mezzo, probabilmente Horns sarebbe in una dignitosissima (?) Top100 di tutti i tempi.



L’autore della storia è Joe Hill, nome d’arte di Joseph Hilltrom King, figlio di un certo Stephen che ha causato microinfarti a intere generazioni con IT e altre simpatiche storielle per bambini. Hill abbandona il nome del padre per evitare di passare per “il figlio di” e fa bene, scrive buoni romanzi e realizza fumetti di spessore come Locke & Key. Purtroppo però, il suo Horns è finito nelle mani di Alexandre Aja.


La storia è abbastanza semplice e viene svelata nei primissimi minuti: lui ama lei, lei ama lui, qualcuno ammazza lei, il mondo incolpa lui. E fino a qui tutto bene. Al povero Ignatius Perrish, interpretato da Daniel Radcliffe, non resterà che cercare il vero assassino. È a questo punto che Joe Hill si ricorda di essere figlio di Stephen King e lancia la bomba. Ig Perrish si sveglia con delle corna da diavolo che gli danno l’abilità di far mostrare le persone che lo circondano per ciò che sono veramente, facendo emergere tutto il male che può celarsi dietro gli abitanti di un paesino sperduto tra le montagne. No, non è Twin Peaks anche se l’ambientazione è simile. Interagendo quindi a giro con tutti i personaggi che lo circondano arriverà alla verità.


D’accordo, potrebbe sembrare figo, allora dov’è la fregatura? Il problema di questo film è la sua incapacità di scegliere cosa essere. Parte come fiaba per adulti per diventare un thriller psicologico, si trasforma in un film dell’assurdo tendente al grottesco e termina con scene splatter da b-movie anni ’70. Il risultato è un minestrone di generi che fa perdere incisività al film, soprattutto nella sua seconda metà con tanto di cazzatona finale condita da tonnellate di computer grafica.


Una buona idea realizzata male. Probabilmente per mancanza di coraggio da parte di Aja che, nel tentativo di fare un film adatto a un range più ampio di persone, realizza un film inconsistente che sembra quasi cambiare regista e sceneggiatore ogni venti minuti solo per coprire più generi possibile. Si salva Radcliffe, anche se si limita al suo senza riuscire a toccare i picchi di emotività raggiunti in Kill You Darlings, buona la prova di Juno Temple, divertenti alcune gag presenti nella “parte grottesca” del film. Per il resto, film evitabile.





Ingmar Bèrghem

mercoledì 8 ottobre 2014

LUCY


Regia: Luc Besson
Origine: Francia
Anno: 2014
Durata: 89’
Attori protagonisti: Scarlett Johansson, Morgan Freeman

Lucy è una studentessa che vive a Taiwan. Per colpa di un uomo conosciuto da poco si trova obbligata a consegnare una misteriosa valigetta al pericoloso malavitoso coreano Mr. Jang. Nella valigia si trova una nuova droga che viene inserita nello stomaco della giovane in modo da permetterle di fare da corriere della droga suo malgrado. Dopo essere stata picchiata il sacchetto della droga si rompe ed entra in circolo aumentando a dismisura la capacità di sfruttamento del cervello umano. Questo permette alla protagonista di sviluppare una serie di capacità incredibili. 


Il film si basa su una semplice e nemmeno troppo originale domanda. Cosa sarebbe in grado di fare l'uomo se riuscisse a sfruttare il 100% del suo potenziale? Luc Besson prova a rispondere al quesito con un film che non riesce a trattare il tema in maniera convincente. La pellicola parte in perfetto asian action movie style in cui tensione e humor nero la fanno da padroni. Non è un caso che sia la parte migliore del film. Il regista francese si trova perfettamente a suo agio in questo tipo di cinema fatto di ritmi alti e adrenalina, vedi Leon e Nikita. Risulta anche molto interessante l'utilizzo di frammenti di documentario per rendere più scientifico il film.


Una volta che Lucy assorbe la sostanza il film cambia registro diventando molto pretenzioso cercando di far vedere i limiti umani. Scarlett Johannson ricorda alcuni personaggi dello stesso Luc a partire da Anne Parillaud di Nikita per passare da Milla Jovovich ne Il quinto elemento e arrivare a Rie Rasmussen di Angel-A. Donne forti, molto mascoline. Il problema principale del film è che sembra un miscuglio di generi, a volte anche messi a caso. Come già detto, si parte con l'azione per poi passare al genere fumettistico degli inseguimenti e sparatorie al thriller scientifico e alla fantascienza.


Quello che manca e che aveva reso belli i film di Besson era la forte caratterizzazione dei protagonisti. Anche nei suoi film meno riusciti come Giovanna d'Arco si ritrova quest'aspetto, qua del tutto assente. Si ha la sensazione che non riesca a prendere una precisa direzione. La perfetta sintesi di questo è il professore Samuel Norman, interpretato da Morgan Freeman, di cui non viene raccontato e di cui non si sviluppa il notevole potenziale che potrebbe avere nella trama. Da segnalare l'unico momento bello e toccante del film, la telefonata di una Johannson, con capacità intellettive amplificate, a sua madre. In sintesi è un film fatto per incassare con la pretesa di essere qualcosa di più. Di certo, viste le premesse mi sarei aspettato maggiore incisività. Restano 80 minuti senza infamia e senza lode.





Al Barbone

domenica 28 settembre 2014

SIN CITY: A DAME TO KILL FOR


Regia: Robert Rodriguez, Frank Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 102'
Attori protagonisti: Eva Green, Jessica Alba, Bruce Willis, Mickey Rourke, Jospeh Gordon-Lewitt

Il problema di Sin City: A Dame To Kill For è lo stesso di nove anni fa: ciò che funziona tra le pagine di un fumetto non è detto debba funzionare pure al cinema. Questo dibattito era molto interessante all'epoca del primo episodio, ogni stonatura era giustificata da un certo senso pionieristico del progetto. Anzi, questo problema di traduzione riempì di fascino il film. Divenne la vera essenza dell'opera. Nove anni dopo però, questo discorso ha ancora senso? Giusto per fare qualche esempio, ha senso la faccia triangolare di Marv, l'onnipresente voce fuori campo, che non rappresenta neanche una scorciatoia (come Charlie Kaufman insegna) ma solo una mera scelta di imitazione inutile ai fini della narrazione? Ha senso visivamente lasciare all'ombra di un personaggio il compito di uccidere qualcuno o cambiar colore di cose e persone un po' a caso, facendoci interrogare inutilmente sul perché?



Per neanche un attimo il film sembra “sperimentare” o fare ricerca. L'ultimo lavoro di Rodriguez piuttosto vomita l'originale e personale idea di noir dell'opera di Frank Miller. Andando oltre il remake e sfiorando la parodia.


Ovviamente questo non è il vero problema di Sin City 2. Il film del 2005 era convincente su tutti i fronti, non solo su quello della realizzazione tecnica di quella fantastica idea. Era avvincente e dinamico. Crudo, ironico. Sapeva esser pulp ma anche sexy. Il tutto con questo noir che alza il livello. Da film d'azione (o sperimentale) a opera d'arte completa.


La recensione potrebbe finire qua dicendo che tutto questo ora non c'è. Ogni personaggio è di carta nel peggiore dei sensi. Tutto è piatto e le parole a tratti ingombranti non aggiungono nulla in termini di caratterizzazione dei personaggi o di coinvolgimento emotivo. Tutto vuole ricordarci che stiamo guardando un fumetto anche se per assurdo i momenti più alti sono quelli in cui questa aspirazione viene meno, in certi rallenty che accompagnano i punti di maggiore pathos di molte scene e nella musica presente senza sosta per tutta la durata del film. Nonostante ciò non stiamo parlando di un disastro, ma solamente di una grande idea che una volta sdoganata avrebbe potuto fare dei passi avanti (magari dal punto di vista della sceneggiatura) anziché molti indietro.





Isaia Panduri

sabato 20 settembre 2014

SENZA NESSUNA PIETÀ


Regia: Michele Alhaique
Origine: Italia
Anno: 2014
Durata: 95'
Attori protagonisti: Piefrancesco Favino, Greta Scarano, Claudio Gioè, Ninetto Davoli

 "Senza Nessuna Pietà" è l'esordio alla regia del romano Michele Alhaique che abbandonati i panni di attore e con alle spalle qualche esperienza nei cortometraggi, decide di mettersi dietro la macchina da presa per cimentarsi nella sua prima opera cinematografica. In questa avventura si avvale della collaborazione di un caro amico, nonché di uno degli attori di punta del panorama italiano odierno che risponde al nome di Pierfrancesco Favino, il quale aderendo al progetto decide di entrare nella doppia veste di protagonista e produttore.


Il plot è di quelli tipici: Mimmo (Pierfrancesco Favino) è un muratore alle dipendenze dello Zio (Ninetto Davoli), quest'ultimo oltre all'impresa edilizia raccimola denaro elargendo soldi a strozzo e usando Mimmo e il "Roscio" (Claudio Gioé) come esattori. A stravolgere questa routine è l'arrivo di una sexy Greta Scarano nei panni di Tanya, prostituta arrivata a Roma e alla quale Mimmo dovrà fare da tassista per un giorno, per poi portarla ad un incontro con Manuel (Adriano Giannini), cugino violento di Mimmo nonché figlio dello Zio. Il resto del racconto non è difficile da immaginare. Chiaro è che l'impianto narrativo non propone novità al genere, tutt'altro la storia si basa su elementi classici del noir ma questo non è necessariamente un difetto, anzi è una costante nel mondo cinematografico quella di recuperare elementi classici nel genere per poi plasmarli in qualcosa che almeno nelle intenzioni possa essere personale, a dimostrazione di questo basta pensare a titoli recenti come "Salvo" (Piazza e Grassadonia) e "Bittersweet Life" (Kim Ji-Woon) che hanno alla base un plot grosso modo identico a quello appena descritto.


Alhaique recupera quindi gli archetipi del cinema melvilliano e ne riesuma il medesimo protagonista dall'atteggiamento silenzioso e imperscrutabile, declinato qui in una dimensione inedita dall'animo timidamente infantile e bisogna dirlo Favino fa un ottimo mestiere negli sguardi e nelle espressioni che trovano a coprire l'assenza di dialoghi senza risultare un limite o una forzatura. Lui assieme a tutto il resto del cast stupisce per bravura e affiatamento, come la fatale Greta Scarano vera sorpresa inaspettata e un Claudio Gioé che conferma le sue doti di attore poliedrico, dando vita a quello che è in assoluto il personaggio più disturbante di tutta l'opera. Da segnalare un bravo Giannini in un ruolo breve ma misurato e una nota di ammonimento tocca a Davoli che sul finale non convince e in quel singolo passaggio crea una falla piuttosto grave che mina buona parte del risultato finale, conseguenza forse anche imputabile ad uno scambio di battute non proprio centrato in fase di scrittura. A livello tecnico il regista romano si può dire abbia buon occhio per l'inquadratura e dimostra di saperci fare anche in alcuni movimenti azzeccati con la macchina da presa, risultando però eccessivo nell'insistenza dell'uso dei primi piani che sì, scavano nella mimica dei suoi attori e hanno il raro pregio di non sprofondare nel televisivo, ma finiscono col soffocare l'ambiente dove questi interagiscono.


Va detto che il ritmo dell'opera è piuttosto blando nel suo svolgimento, non che ci si ritrovi mai ad essere in preda alla noia ma nella sua commistione di crime e melò, più volte troviamo che il dosaggio dei generi vada a toccare le corde di quest'ultimo a sfavore del primo, il che non è da considerarsi necessariamente un errore ma avendo tali elementi a disposizione sarebbe stato saggio sfruttare qualche componente d'azione che potesse fornire maggiore andamento al tutto. Impossibile parlare di "Senza Nessuna Pietà" senza menzionare una fotografia che fa un uso della scala cromatica veramente strabiliante, evidenziando sfumature e facendo un lavoro certosino su tutto quello che riguarda l'uso del colore, lavoro ad opera di un Ivan Casalgrandi che lascia trasparire le sue evidenti abilità in merito. Ottimo anche l'operato svolto su musica e suono che adornano con la giusta grazia lo scorrere delle immagini.


Tirando le somme abbiamo un prodotto incompleto, con qua e là qualche caduta di stile facilmente evitabile, dove tra pregi e difetti ci si ritrova comunque uniti nell'avventura del suo protagonista e che, nonostante gli evidenti limiti prima elencati, riesce a lasciare qualcosa nell'animo dello spettatore, risultato che delle volte opere più solide non vantano. Merita una chance e chissà che il suo regista in futuro non ci regali qualche sorpresa.


Gianluchino Godhard






venerdì 19 settembre 2014

MUD


Regia: Jeff Nichols
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 130’
Attori protagonisti: Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Tye Sheridan

Due ragazzini dell'Arkansas fanno la conoscenza di Mud, un uomo ricercato per omicidio nascosto in un'isola raggiungibile solo tramite barca. I due scelgono di aiutare Mud nella fuga. L'amicizia col fuggitivo però sembra spostare di pochissimo gli equilibri delle vite di Ellis e Neckbone. I due sono già occupatissimi a vivere la loro adolescenza. Periodo delicato per tutti ma ancora di più per due ragazzi con problemi familiari che vivono ai margini della civiltà. Civiltà con la quale la loro estrema ingenuità deve fare i conti. 


Mud è un film sulla crescita, i nostri eroi devono tornare a casa alla fine della storia cambiati in meglio. Più maturi. Questo cambiamento non avviene però grazie a Mud. Nichols che ha anche scritto il film, molto intelligentemente non crea il classico adulto chiamato temporaneamente a fare le veci di padre o fratello maggiore. Il personaggio interpretato da McConaughey è piuttosto incasinato. È un uomo che non riesce a crescere, che non sa impegnarsi. È uno che proprio come Ellis risolve tutto facendo a botte. Nichols non fa di Mud un esempio da seguire. 


Il film ha la sua importanza perché questa storia di violenza quasi western è il pretesto per inscenare ben altri traumi. I veri sconvolgimenti sono causati dalla consapevolezza che nella vita spesso l'amore non basta. Scoprono la complessità di questo sentimento, scoprono quanto sia difficile capire le donne e quanto purtroppo spesso a poco serve interrogarsi su certi argomenti. Perché tanto qualcosa viene sempre a rovinare tutto.


Nichols oltre a essere un abile regista è anche un fine scrittore. I personaggi sfidano tutti i luoghi comuni di certo cinema per ragazzi. Proprio come Coppola, Malick, e perché no, Spielberg ci parla di ragazzi che devono ancora imparare come si vive e come si soffre, che vedono gli adulti come un intralcio e le donne come esseri difficili da interpretare. Adolescenti che hanno però una saggezza che solo la vita selvaggia può regalarti. Le immagini poi rivelano un regista innamorato della natura selvaggia così come della natura delle cose umane.





Isaia Panduri

giovedì 21 agosto 2014

LO SQUALO



Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1975
Durata: 119'
Attori protagonisti: Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss

L'isola di Amity è minacciata dalla presenza di uno squalo particolarmente feroce. Il capo della polizia Martin Brody e l'oceanografo Matt Hooper fanno squadra contro il tentativo del sindaco di minimizzare l'accaduto. Partono alla ricerca dell'animale sulla barca di Quint. Un esperto marinaio specializzato nella cattura di squali.



Per la prima metà del film si può provare orrore solo nei confronti della comunità di Amity, guidata dall'ottuso sindaco intento a difendere gli interessi economici della cittadina che vive di turismo balneare. Nella prima ora lo squalo è ancora una generica creatura marina e il chiacchiericcio è il vero protagonista, interrotto con ritmo da suggestive soggettive subacquee in cui vediamo lo sgambettare dei bagnanti e da scene in cui lo spettatore stesso fa il bagno tra la gente. Quando lo squalo appare è seguito dal primo brandello umano che cade sul fondale. Da qui in poi c'è solo l'avventura, l'animale diventa quasi uno strano amico, che più che incutere timore sorprende gli eroi che mai si erano trovati così vicini a un essere di così poderosa bellezza.



Nel 1975 Spielberg dirige il suo terzo film. In The Jaws ritroviamo le caratteristiche che hanno reso Duel e Sugarland Express due piccoli capolavori; la tensione e la cura per la caratterizzazione dei personaggi. Non solo dei protagonisti (uomini combattuti a volte fragili ma con il ruolo di eroe stampato in faccia) ma anche della coralità di fondo. Per la prima volta poi ci vengono presentati gli elementi peculiari del suo cinema. L'avventura, il fantastico, l'ingenuità nella scoperta e la rivalsa grazie al superamento dei limiti personali, e sopratutto la sapienza nell'uso degli effetti speciali. Un uso avveniristico più che maturo. Il cinema di Spielberg vive nel rapporto tra l'autore e gli effetti speciali, un cinema in cui la gigantesca testa di uno squalo può entrare dalla finestra, gli alieni possono parlare con la musica e diventare i nostri migliori amici e in cui i dinosauri possono giocare con noi a nascondino. Ma sempre fuori da paradossi e cadute di stile. Spielberg è il maestro nel dare voce a quegli aspetti dell'umanità ancora da svezzare. Più passano gli anni, più il cinema d'intrattenimento si riempie di sofisticazioni, più l'arte di Spielberg ci parla di un'innovazione in punta di piedi. Di una sintesi che non è mai approssimazione o leggerezza. Ci parla dell'amore per lo sconosciuto che per essere abbattuto va prima studiato e interiorizzato. 



Isaia Panduri




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